LA VESTALE DI SATANA (Les lèvres rouges – Francia, Belgio, Germania 1971) di Harry Kumel
Stefano (John Karlen) e Valeria (Daniele Ouimet), freschi sposini in viaggio dalla Svizzera all'Inghilterra, a causa del deragliamento di un treno sono costretti ad interrompere bruscamente la propria luna di miele e a sostare ad Ostenda, nelle Fiandre. La coppia decide di prendere alloggio in un lussuoso albergo nel quale, a causa della bassa stagione, i due sono praticamente gli unici ospiti.
Stefano vorrebbe evitare a tutti i costi, una volta giunti in Inghilterra, di far visita alla vecchia madre, una donna aristocratica e d'altri tempi che, secondo il giovane, non approverebbe mai il matrimonio con Valeria, proveniente da un ambiente tutt'altro che nobile. Valeria cerca di convincere il neo marito a recarsi ad un incontro chiarificatore con la madre. I tentativi della donna, tuttavia, si scontrano con la sospetta ostinazione di Stefano il quale, giunto addirittura a nascondere il proprio matrimonio all'anziana genitrice, cerca in tutti i modi di guadagnare tempo.
Una sera, arrivano improvvisamente in albergo due donne, bellissime e misteriose, appena giunte da Bruges. Si tratta della contessa ungherese Elizabeth Bathory (Delphine Seyrig) e della sua segretaria Ilona (Andrea Rau). Le due donne mostrano immediatamente un insano e morboso interesse per la giovane coppia. Nonostante la diffidenza di Valeria, l'esuberanza della contessa e la bellezza di Ilona catturano l'interesse di Stefano, sedotto soprattutto dalle macabre fantasie della Bathory, relative ai raccapriccianti eventi legati ad una sua celebre ava, dedita al sadismo e alla magia nera.
Ben presto, la povera Valeria si ritrova avviluppata in una rete sempre più opprimente. La contessa, infatti, inizia lentamente ad esercitare anche sulla ragazza il proprio fascino, costante ed inesorabile. La giovane cerca invano di sottrarsi alla seduzione della donna, mentre Stefano appare sempre più perso, ormai, in una spirale caratterizzata da frequenti ed improvvise esplosioni di sadismo e violenza.
Da Bruges, intanto, giungono notizie di misteriosi omicidi. Le vittime sono tutte giovani donne, morte per dissanguamento. Come se non bastasse, in albergo c'è chi è pronto a giurare che l'aspetto della contessa è rimasto praticamente inalterato, dalla sua precedente visita avvenuta ben quaranta anni prima...
Interessante horror vampiresco permeato di suggestioni erotiche, diretto nel 1971 da Harry Kumel (autore, tre anni più tardi, di “Malpertuis”), “La vestale di Satana” (“Les lèvres rouges”, in originale) si colloca nel solco del prolifico filone lesbovampiresco che stava vivendo, proprio negli anni settanta, il suo periodo di massimo fulgore. Kumel confeziona un'opera decisamente elegante e raffinata, caratterizzata da soluzioni visivamente affascinanti (le dissolvenze in rosso, ad esempio), che può vantare i propri punti di forza in una messa in scena, algida e quasi compassata. L'ambientazione, in particolar modo, contribuisce a trasmettere, attraverso l'atmosfera funerea e nebulosa di Ostenda e del glaciale Mare del Nord, i colori plumbei e gelidi di Bruges e i vuoti saloni in stile liberty dell'hotel, una crepuscolare sensazione di malinconica e nobile decadenza. Tuttavia, pur riconoscendo a Kumel una certa abilità nel maneggiare finemente gli elementi classici del racconto fantastico, risulta abbastanza evidente quanto il regista belga sia lontano dalla surreale visionarietà che caratterizza le opere (tanto per rimanere in tema) di Jess Franco o di Jean Rollin.
Gli eventi narrati, inoltre, pur non essendo, di per se, il massimo dell'originalità (si tratta dell'ennesima variazione sul tema di “Carmilla” di Le Fanu) suggeriscono elementi e tematiche potenzialmente interessanti che avrebbero meritato un diverso e più completo approfondimento: le esplosioni di sadica violenza del personaggio interpretato da John Karlen, ad esempio, che si intuiscono poter essere effetto della frustrazione, causata dall'evidente attrito tra due antitetici aspetti della propria sessualità; la vera identità della “mamma” e la inconfessata omosessualità del protagonista; la tensione erotica sempre più evidente tra Valeria e la contessa, culminante nel riscatto femminile dal maschio crudele e stupratore. Si tratta, dunque, di fattori che, a causa della struttura stessa del film e del tocco controllato di Kumel, risultano eccessivamente circoscritti, ma che avrebbero potuto contribuire, non poco, a vivacizzare l'intera pellicola, se sottoposti ad un diverso trattamento.
Il film scorre in maniera sufficientemente fluida, se si esclude una parte centrale forse eccessivamente lunga e, tutto sommato, un po' troppo flemmatica. Inoltre, la parte del racconto prevalentemente investigativa viene, curiosamente, relegata in disparte (fino ad essere eliminata, in maniera piuttosto brusca) per far posto all'aspetto meramente erotico, rispetto al quale Kumel, molto più a suo agio nel dirigere altre scene (la sequenza notturna sulla spiaggia e il ritorno all'alba in albergo, ad esempio), non sembra, comunque, mostrare particolare interesse.
Ad essere intrigante è sicuramente l'uso del colore e della luminosa fotografia. Sia per quanto riguarda i toni pieni e vivi degli sfavillanti abiti della contessa, in aperto contrasto con il suo pallore cadaverico, sia per gli splendenti interni dell'hotel, contrapposti al buio esterno e al burrascoso e tetro mare in tempesta.
Fatta eccezione per un paio di scene di involontaria comicità (la morte del commissario ed il lugubre delirio sadico di Stefano e della contessa, con conseguente crisi isterica di Valeria), frutto, più che altro, di una sceneggiatura poco convincente, l'interpretazione del cast è sicuramente nella media. Merito, soprattutto, della prova, più che discreta, dell'affascinante Delphine Seyrig (una delle attrici francesi più importanti degli anni sessanta, compagna del regista Alain Resnais e grande promotrice dei diritti delle donne) che propone una insolita versione della contessa Bathory la quale, per una volta, svestiti i tradizionali panni della vampira sanguinaria e sadica, assume l'aspetto di un'aristocratica, seducente ed ironica. Menzione particolare, inoltre, per la bellissima attrice tedesca Andrea Rau, nel ruolo di Ilona, segretaria e amante della nobildonna magiara.
MEISTER STEINER DICE: 5,5



