Chaotic Ana (Trailer)
SCHEDA FILMLa “caotica Ana” del titolo (Manuela Velles) è una solare e sorridente (pure troppo) diciottenne fricchettona che vive a Ibiza, in una grotta (ebbene, si) insieme al papà crucco (Matthias Habich), ex hippy con le espadrillas. Quando non è impegnata a fare il bagno ignuda e a ballare in discoteca (siamo pur sempre a Ibiza, del resto), si diverte a dipingere con i pastelli delle terrificanti croste colorate. Di tali croste si invaghisce Justine (Charlotte Rampling che, in questa pellicola, raggiunge vette sublimi di autoparodia), guarda caso raffinata mecenate francese. La donna propone ad Ana di raggiungerla a Madrid, dove dirige una comune di giovani artisti “un sacco talentuosi” (per dirla a la Ruggero di “Un sacco bello”). La giovane Ana, in quattro e quattr'otto, abbandona la spelonca avita e si ritrova a passeggiare per la Gran Via, conciata come la più classica delle perroflautas. La comune è, in realtà, una specie di palazzina occupata, dove i giovani talentuosi vivono tutti insieme appassionatamente: dormono insieme, mangiano insieme, vanno al cesso insieme e, sempre insieme, frequentano i corsi di pittura, videoarte e cose così, un sacco alternative. A Justine che le chiede come si trova, Ana tutta sorridente (come al solito) risponde: “è il posto migliore dove potrei stare” (che, detto da una che viveva in una grotta, tutto sommato, non è 'sto gran complimento). La ragazza stringe quasi subito amicizia con Linda (Bebe, cantautrice spagnola il cui singolo di maggior successo, “Malo”, qui in Italia si voleva a tutti i costi far passare per allegro tormentone estivo, nonostante parlasse di una donna abitualmente pestata a sangue dal compagno) un'altra giovane talentuosa la quale illumina la giovane Ana con un paio di massime che, personalmente, vorrei come epitaffio sulla lapide: “gli uomini sono tutti stupratori” e “le donne sono tutte puttane”. “E quelli?” chiede Ana ridacchiando, dopo aver scoperto due ragazzi del corso impegnati in pratiche sodomitiche, “quelli si stuprano tra di loro”, risponde Linda. Dialoghi illuminanti, senza dubbio. Del corso di pittura fa parte anche il giovane talentuoso Said, proveniente dal Sahara Occidentale, il quale (guarda un po') dipinge croste a forma di deserto. Lei guarda i suoi quadri e piange (non si sa bene se per commozione o per disperazione), lui l'abbraccia e la porta, più veloce della luce, nel suo appartamento al terzo piano (citazione polanskiana?). Qui segue una terrificante scena di sesso. Un su e giù tutto in soggettiva, dove lui in realtà sembra stia facendo delle flessioni sul corpo di lei (o forse sta facendo proprio quello, vallo a sapere). Dopo il sesso, lui va in bagno a vomitare (tutta la sequenza era, in effetti, un po' da mal di mare) e quando lei lo raggiunge lui le urla: “sono le mie ansie che ritornano! La vita non ha sensooo!!!” (tutto questo dopo una notte di sesso con la Velles...). La storia d'amore, tra Ana e Said, procede tutto sommato in maniera abbastanza tranquilla (viste le premesse), fino a quando, una sera, lei dà di matto e sviene, dopo aver fissato a lungo delle aragoste in un ristorante dove è andata a cenare insieme a Justine, Said, Linda e il suo ganzo, dotato di mullet (i capelli a la Tony Meola, il portiere statunitense di Italia '90, per intenderci). La mattina successiva, Ana si risveglia nel suo letto. Linda le racconta che, la sera precedente, in seguito alla sua crisi, una ipnotista (manco a farlo apposta) seduta accanto a loro al ristorante, ha provato ad ipnotizzarla. Sotto ipnosi, Ana ha parlato nella lingua nativa di Said il quale, spaventato dalle sue parole, ha fatto armi e bagagli ed è scappato via, senza lasciare traccia.

La ritroviamo qualche tempo dopo, con i capelli a la Brittany Murphy, a fare crepes in un locale a New York. Tra una crepes e l'altra, rincontra Said che, come se niente fosse, si fa nuovamente vivo. L'amore e la passione si riaccendono (cioè, il primo si, l'altra in realtà molto meno, con lui che si guarda sconsolato tra le gambe ed è tutto un “mi dispiace” e un “ma no, non importa”, come nella migliore tradizione). Ma il destino ha in serbo per Ana una improvvisa agnizione: lei (che ricordava di essere stata, tra le altre cose, una donna berbera, in una delle sue innumerevoli vite precedenti) è la reincarnazione della madre di Said, morta in tragiche circostanze (allegria). Una mattina lei si sveglia e lui (ovviamente) non c'è più. Ana si siede nuda sulla tazza, nel bagno del suo piccolo appartamento nuiorchese (che è proprio come ti aspetti che sia un piccolo appartamento nuiorchese, con la scala antincendio fuori dalla finestra e tutto il resto) e lancia un urlo che mi sveglia dal torpore.
Passa un altro po' di tempo (presumibilmente qualche anno). Ora Ana lavora come cameriera nel ristorante di un albergo extrasuperlusso. Uno degli ospiti dell'albergo è un uomo politico statunitense (si deduce) molto potente, uno di quelli che “si è inventato la guerra in Irak, che si è portata via il nostro Paco”, stando alle parole della coppia di inservienti ispanici della cucina. Ana seduce la guardia del corpo del politico (una specie di Kabir Bedi), ciucciando una specie di asparago gigante bianco (mostrando discrete doti di deepthroating, tra l'altro), poi un po' fa la civettuola con il politico, un po' si lascia andare a considerazioni farneticanti, un po' piange, con il risultato che il tipo, incuriosito (ed anche discretamente arrapato per la storia dell'asparago), la invita a raggiungerlo nella sua suite. Una volta soli nella stanza, dopo un'altra manciata di discorsi deliranti, Ana ed il politico si predispongono, sul letto, nella inequivocabile posizione del sessantanove. Lui non fa neanche in tempo a dire: “che buon profumo che hai”, che lei (per imperscrutabili motivi) gli defeca in un occhio (Cavallone, vatti a nascondere). Lui non sembra gradire ed incomincia a pestarla, a calci e pugni, come se non ci fosse un domani, in un'affascinante ed ardita (eeh, come no) simmetria con le vicende della regina indiana, massacrata millenni prima da un altro maschio cattivissimo. In uno dei finali più inutili ed inconcludenti della storia del cinema, Ana, dopo essere stata gonfiata come una zampogna, passeggia per le strade di New York, con il volto tumefatto ma, allo stesso tempo, illuminato dal consueto, spensierato (ed un po' ebete, a dire la verità) sorriso.“Chaotic Ana”, pellicola diretta nel 2007 da Julio Medem (già regista, nel 2001, di “Lucia y el sexo”) è un'orripilante pastrocchio, senza capo né coda, tanto tronfio e pretestuoso, quanto irritante. L'idea di Medem, di realizzare un film “femminile” (qualsiasi cosa questo voglia significare), naufraga miseramente in un mare di suggestioni veterofemministe, idee e pensieri sfilacciati e logori, infilati a forza in bocca al personaggio di Linda, per tutta la durata della pellicola erogatrice instancabile e a getto continuo, dei soliti, sfiancanti, quattro stereotipati concetti (in realtà due: “l'uomo è uno stupratore” e “la donna è una puttana”) che, già negli anni '60 e '70, dovevano avere un discreto sentore di stantio. Un hodgepodge condito da una storia d'amore che vorrebbe essere coinvolgente ma che affonda, inesorabilmente, nel ridicolo involontario e dialoghi che, nelle intenzioni, si volevano profondi e spirituali ma che, in realtà, risultano ascetici e contemplativi quanto una pennichella pomeridiana. Per non parlare, poi, del cattivo gusto di alcune scene, tremendamente kitsch e fuori luogo, soprattutto nella lunga e sconclusionata scena finale (perché, parliamoci chiaro, la “merda” al cinema è elemento da trattare con i guanti e Medem non è né Pasolini, né Miike, né Cavallone).
Cosa salvare, dunque, del film di Julio Medem? Molto poco, direi: una paio di sequenze interessanti (una delle quali, quella animata, già citata) e, tutto sommato, l'interpretazione di Bebe (che avevo già apprezzato come cantautrice) la cui recitazione, benché vincolata da dialoghi imbarazzanti, è sicuramente un gradino al di sopra, rispetto alla prova offerta da alcuni attori palesemente disorientati (la Rampling su tutti).
Un po' poco, appunto.
MEISTER STEINER DICE: 4
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