...E tanta paura (Trailer)
SCHEDA FILMPaolo Cavara è stato, indubbiamente, uno dei personaggi più eclettici ed interessanti nel panorama del cinema di genere italiano degli anni '60 e '70. Ex operatore subacqueo, inizia la sua carriera di documentarista a fianco di Carlo Gregoretti e Franco Prosperi negli anni '50, con una serie di documentari girati tra Ceylon, le Maldive e l'Indonesia. Successivamente, negli anni '60, la sua carriera di sceneggiatore e regista subisce una svolta quando realizza, per Angelo Rizzoli, “Mondo cane” (capostipite dei cosiddetti mondo movies), nel 1962, insieme a Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi. La pellicola ha talmente tanto successo da spingere produttori e registi, in quegli anni, a lanciarsi su questo nuovo filone di documentari sensazionalistici e pseudo-sociologici, volti ad impressionare il pubblico con immagini raccapriccianti (spesso e volentieri, costruite ad hoc), condite da finto moralismo, malcelato razzismo e spirito neo-colonialista.
Negli anni seguenti realizza: “La donna nel mondo” (1963), alcune sequenze (non accreditate) di “Mondo cane 2” (1963), “I malamondo” (1964), film inchiesta sull'universo giovanile e, soprattutto, “L'occhio selvaggio” (1967), interessante analisi (a tratti autobiografica) critica e metacinematografica, sulla metodologia utilizzata nel filone dei documentari “sensazionalistici”.
Successivamente, Cavara si dedica a progetti che, almeno nelle intenzioni, avrebbero dovuto assicurare un riscontro commerciale più sicuro. Nel 1971, cavalcando il filone del “giallo all'italiana”, inaugurato da Dario Argento l'anno precedente, dirige “La tarantola dal ventre nero” (film “argentiano” fin dal titolo) e, cinque anni più tardi, “...E tanta paura”. Entrambi rappresentano dei discreti successi commerciali e di critica, tuttavia, mentre il primo ricalca, in maniera poco originale, i clichés tipici del thriller “argentiano”, nel secondo Cavara adotta un punto di vista, abbastanza innovativo per l'epoca, grottesco e satirico, al limite della parodia. Sotto determinati aspetti, infatti, la pellicola di Cavara rappresenta una sorta di vera e propria destrutturazione del genere, per il modo in cui porta avanti, con abile ironia, l'intelligente caricatura di quasi tutti gli elementi portanti classici, tipici della struttura del “giallo all'italiana”.
Lo script firmato da Bernardo Zapponi (già autore della sceneggiatura di “Profondo rosso”, uscito l'anno precedente) è ricco di personaggi e situazioni eccessive e caricaturali. I tradizionali ingredienti del giallo (alibi e movente, ad esempio) risultano talmente improbabili che, la stessa soluzione finale dell'enigma non può che risultare intenzionalmente ingarbugliata ed inverosimile. Senza contare l'aspetto volutamente sexploitation (ma, allo stesso tempo, decisamente ironico), garantito dalle scene di sesso tra il commissario Lomenzo (Michele Placido) e la disponibilissima Jeanne (la bella Corinne Clery) e da un curioso cartone animato, del quale si intravedono alcune sequenze nel corso del film, porno-satirico-sadomasochistico, disegnato da Francesco Maurizio Guido (in arte Gibba), autore di “Il nano e la strega” (1974) primo film erotico d'animazione italiano.
Singolare, benché di tutto rispetto, è anche il cast che, oltre ai già citati Placido e Clery, può vantare il grande Eli Wallach (che gigioneggia non poco) nel ruolo di Pietro Riccio, il cattivissimo per antonomasia John Steiner (nel ruolo di Hoffmann) e Tom Skerritt (che aveva già lavorato in Italia con Giuseppe Colizzi, a fianco di Keith Carradine, in “Arrivano Joe e Margherito”) nel ruolo del commissario capo (poco più di un cameo, a dire la verità).
In conclusione, “...E tanta paura” è un film curato ed elegante (una scena su tutte: la sequenza tra gli specchi, omaggio a “La signora di Shangai”) e decisamente interessante, a patto che lo si interpreti come tentativo di rilettura, destrutturante e parodistica, di un particolare genere. Tentativo che, probabilmente, assume un valore anche maggiore, rispetto a quelli che sono i suoi effettivi meriti, se collochiamo la pellicola all'interno del suo contesto originario, nel quale il cosiddetto italian giallo era un genere ancora all'apice della propria popolarità e potenzialità espressiva.
MEISTER STEINER DICE: 6,5



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