Possession (Trailer)
SCHEDA FILMIn una Berlino onirica ed irreale, Mark ed Anna (interpretati rispettivamente da Sam Neill e Isabelle Adjani) vivono, con il proprio figlio di appena cinque anni, in un appartamento, praticamente adiacente al celebre muro.
I due sono in piena crisi coniugale. Una crisi, in fin dei conti, abbastanza convenzionale, caratterizzata dalle consuete incomprensioni, dai reciproci sospetti e dall'incomunicabilità che, spesso, fa da sfondo ai rapporti sentimentali.
Mark, il quale lavora per i servizi segreti tedeschi, scopre che sua moglie lo tradisce con Heinrich, uno strano individuo dedito a pratiche orientali, che vive con la propria anziana madre, in un antico palazzo, residuato dell'alta borghesia tedesca.
Nella speranza di fare chiarezza nel proprio matrimonio, l'uomo decide di abbandonare il lavoro. I suoi superiori lo invitano, quindi, ad un periodo di riflessione ma, allo stesso tempo, gli affidano un nuovo incarico, a dir poco insolito: rintracciare uno strano individuo (forse una ex spia), del quale non si conosce quasi nulla, se non la predisposizione ad indossare calzini rosa.
Mark, ossessionato dai comportamenti di Anna, sempre più bizzarri ed isterici, affida ad un investigatore privato il compito di pedinarla. Il detective scopre che la donna ha preso in affitto, all'insaputa del marito, un appartamento in un vecchio e decadente edificio. Qui l'uomo scoprirà, a sue spese, una verità assurda e raccapricciante. Anna, infatti, ha un secondo spasimante: un osceno essere lovecraftiano, con il quale la donna si esibisce regolarmente in tentacolari rapporti sessuali.
Nel 1981, il regista polacco Andrzej Zulawski (“L'importante è amare”, “Amore balordo” e “La sciamana”) ex assistente di Wayda, realizza il suo film più celebre e controverso.
Presentato al Festival di Cannes, dove una stupefacente Adjani si aggiudicò la Palma d'Oro come miglior attrice protagonista, il lavoro di Zulawski venne riconosciuto, fin da subito, come opera estremamente scandalosa: eccessivo, violento, disdicevole per lo spettatore “tradizionalista”, ma anche ridondante, irritante e gratuito per parte della critica.
Film “maledetto” per antonomasia (la pellicola è stata oggetto di talmente tanti tagli e manipolazioni, che la sua effettiva durata, ancora oggi, è argomento di discussione), incompreso da buona parte della critica dell'epoca (ma subito apprezzato da una fetta di pubblico non mainstream), letteralmente adorato da un genio come David Lynch, “Possession” è senza dubbio una delle opere più disturbanti e provocatorie della storia del cinema.
“Horror metafisico”, “viaggio surreale onirico-visivo”, “provocazione gratuita e grandguignolesca di isterismo visionario”, sono solo alcune delle etichette e definizioni che il film si porta sulle spalle da quasi trent'anni. A prescindere da queste ovvie stampigliature (che, tuttavia, hanno contribuito non poco alla fama del film), asciugato da filtri, interpretazioni e chiavi di lettura, ciò che rimane è il racconto del fallimento del tradizionale rapporto di coppia borghese. La rappresentazione malsana di una relazione degenerata e banale, folle e convenzionale allo stesso tempo. La raffigurazione di una crisi che trasporta i protagonisti da uno stato di normalità dolorosa, ad uno di follia inesorabile ed abissale. La storia di un viaggio, in uno scenario surreal-metafisico, verso la pura follia, attraverso l'ossessione, la mostruosità (interiore/esteriore) ed un insalubre e sanguinolento delirio carnale, pregno di suggestioni cronenberghiane.
Paesaggio ideale per il cammino dei due protagonisti è una Berlino, precedente allo smantellamento della Cortina di ferro, disabitata ed irreale, che sembra fuoriuscita da un dipinto di De Chirico o Magritte. Una città deserta, metafisica e surreale, quindi, impregnata di un'atmosfera decadente e distorta, dove l'unica presenza fisica dell'uomo, in una inquietante sequenza, è testimoniata da una vecchietta che esulta in lontananza, dopo l'esplosione di un appartamento. Un ambiente saturo di un simbolismo, a volte fin troppo ovvio e compiaciuto, come nel caso del muro, emblema dell'incomunicabilità della coppia, ma anche della divisione tra il bene e il male, uno dei leitmotiv principali del film.
Tematica fondamentale, alla quale è inevitabilmente collegata quella del doppelganger, il “doppio” nel quale riversiamo le nostre ossessioni e che diventa, di fatto, la nostra parte mostruosa, malata e nascosta. Nella ormai celebre scena della metropolitana (considerata una delle sequenze più shoccanti, mai viste in un film), Anna partorisce due esseri (bene e male, bianco e nero, maschile e femminile, est ed ovest), uno dei quali si identifica con l'aspetto più rassicurante della propria personalità, cioè con Helen (sempre interpretata dalla Adjani), l'Anna ideale, tenera e dolce maestra d'asilo, mentre l'altra creatura, la parte maligna, protetta e taciuta, è destinata a trasformarsi in una sorta di essere superiore, che prenderà l'aspetto di un Mark idealizzato. Il bene, sembra dire Zulawski, altro non è che il pallido riflesso del male, almeno fino all'apocalittica sequenza finale dove, nonostante il trionfo del demoniaco, bene e male si confondono in un meraviglioso gioco di chiaroscuri, sul volto ambiguo e bellissimo di Isabelle Adjani.
MEISTER STEINER DICE: 8



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