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giovedì 6 maggio 2010

PICCOLI MOSTRI CRESCONO

EDEN LAKE (Eden Lake - GB 2008) di James Watkins
Eden Lake (Trailer)

SCHEDA FILM

Steve e Jenny, giovani fidanzati, belli ed innamorati, decidono di passare un romantico weekend, accampandosi sulla riva di un lago, immerso nella campagna inglese.

Per motivi del tutto futili, finiscono vittime degli atti di bullismo e vandalismo d’alcuni adolescenti locali, veri e propri hooligans in erba, prepotenti e maleducati.

Alla reazione della coppia seguirà un crescendo di violenza, che trascinerà i protagonisti in un turbine di follia e sangue.

Eden Lake è un thriller solido e coinvolgente che, nonostante alcune piccole ingenuità e qualche soluzione narrativa che potrebbe apparire forzata (“difetti” che, in fondo, rappresentano da sempre il marchio di fabbrica di questo genere di film), riesce nel suo intento primario, quello, in altre parole, di condurre lo spettatore all’interno della vicenda narrata, spingendolo ad immedesimarsi con i protagonisti. Difficile, infatti, non identificarsi in Steve e Jenny, una coppia come tante, improvvisamente ed inevitabilmente immersa in un incubo assurdo ed allucinante. Chi non si è mai ritrovato a dover fronteggiare un prepotente, magari per un parcheggio o per una lite condominiale? Chi non ha mai assistito o subito atti di bullismo? Chi non è mai stato costretto ad “agire”, semplicemente per non correre il rischio di passare per un “coniglio” agli occhi della propria donna?

Tuttavia, lasciando per un attimo da parte quei due o tre trucchi, utilizzati abilmente da Watkins (autore anche della sceneggiatura) per trascinare lo spettatore, i reali motivi d’interesse di questa pellicola (senza i quali sarebbe semplicemente uno dei tanti thriller “bucolici” in circolazione) risiedono, secondo la mia opinione, nelle differenti chiavi di lettura che possono essere applicate al film ed utilizzate per comprendere ciò che si trova dietro ad una narrazione, altrimenti banale (o, nella migliore delle ipotesi, derivativa).

Quella che salta subito agli occhi è, ovviamente, la tematica del dualismo civiltà/natura (o in questo caso, città/campagna). Tema che, in ambito cinematografico, può vantare illustri predecessori da “Cane di paglia” di Peckinpah fino a “Un tranquillo weekend di paura” di Boorman, passando per “Le colline hanno gli occhi” di Craven. Consequenziale a questo genere di tematica, risulta essere quella che vede protagonista l’uomo di città, borghese, civile, convinto che tutto possa risolversi con la ragione e le parole il quale, improvvisamente, per difendere se stesso e la propria condizione (di padre, di marito ecc) lascia cadere la maschera imposta dalla società e torna ad essere poco più d’una belva, in tutto e per tutto simile ai propri persecutori. La violenza e, nello specifico, un ritorno al cosiddetto “stato di natura”, quindi, come unica arma per fronteggiare la barbarie, spogliata, tuttavia, d’ogni caratteristica romantica, nobile e pura.

Ci si potrebbe spingere ulteriormente, definendo lo scontro raffigurato nel film di Watkins come il riflesso del conflitto (visto come l’unica strada da percorrere) tra borghesia e proletariato. Tuttavia, il rischio che si corre, nell’applicare questo genere d’interpretazione, così palesemente manicheista, è decisamente alto. Il rischio è quello di perdere di vista il senso più profondo del film (o almeno quello che a me sembra tale), che non consiste nel contrapporre al borghese, civile, educato e progressista, il proletario incattivito ed intollerante, bensì nel raffigurare (con i limiti e i pregi d’un film di genere) un terreno di scontro più attuale, vale a dire quello che vede contrapposti “civiltà” ed “ignoranza”.

È difficile non cogliere, nella caratterizzazione degli adolescenti-killer della pellicola, quegli elementi che riportano alla mente gli inquietanti episodi di sangue che, proprio nel Regno Unito, hanno avuto come protagonisti ragazzini disadattati, pronti ad accoltellarsi per un nonnulla.

Il fattore che divide e contrappone i protagonisti, quindi, non è individuabile tanto nel divario generazionale o derivante dall’appartenenza a diverse classi sociali, quanto nel dislivello a livello di civiltà, educazione e tolleranza.

La risposta suggerita dal film, rispetto alle origini di questa barbarie, è netta e precisa. Questi adolescenti, portatori di una violenza e di un’intolleranza, basata principalmente sulla noia e l’indifferenza, privata quindi di qualsiasi (eventuale) connotazione nobilitante, non sono tali poiché hanno visto troppi film horror o troppa tv-spazzatura. La radice va cercata altrove e, più precisamente, nelle famiglie (che, alla fine del film, mostreranno d’essere decisamente peggiori dei propri pargoli) e, quindi, nei modelli comportamentali primari, seguiti da questi adolescenti.

Intolleranza, maleducazione e prepotenza ereditate direttamente dalle rispettive famiglie, come se i giovani criminali che, da qualche anno a questa parte, riempiono le prime pagine dei quotidiani inglesi con i loro delitti, non fossero altro che i figli degli hooligans degli anni ’80.


Eden Lake è un film per nulla conciliatorio: che la fine della storia sarà drammatica lo si capisce fin da subito e, personalmente, mi ha ricordato non poco il pessimismo angosciante e l’ineluttabilità della tragedia, presenti in molte pellicole horror degli anni ’70. Inevitabili i soliti parallelismi letterari o cinematografici. Alcuni hanno scomodato “Il signore delle mosche” di Golding e, addirittura, il capolavoro di Serrador, “Ma come si può uccidere un bambino?”, anche se il film di “Chico” propendeva per una motivazione (a mio parere più rassicurante) semi-soprannaturale più che sociale, per spiegare l’esplosione della violenza.

L’unica pellicola che, personalmente, mi è tornata in mente vedendo il film di Watkins è (negli ultimi minuti del film) “L’ultima casa a sinistra” di Craven (capostipite del genere Rape&Revenge) del quale viene fatto un curioso omaggio “al contrario”.

Kelly Reilly, l’atletica protagonista, è ricordata principalmente per il film “L’appartamento spagnolo” che, evidentemente, deve essere stata una fucina per aspiranti regine dell’horror, visto che nel cast erano presenti anche Cristina Brondo (“Hipnos”, “Ti piace Hitchcock?”) e Cecile De France (“Alta tensione”).

Avrei voluto scrivere un post sui Kaiju Eiga ma, una volta tanto, lascio da parte i rassicuranti mostri di cartapesta e gomma, per far spazio a mostri molto più reali e decisamente più vicini.

MEISTER STEINER DICE: 7

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