mercoledì 8 giugno 2011
FIGLIE DELLE TENEBRE
mercoledì 18 maggio 2011
PRIMO SANGUE
1-Ichi (Trailer)

giovedì 12 maggio 2011
9...8...7...6...T(ANA) LIBERA TUTTI...
Chaotic Ana (Trailer)
SCHEDA FILMLa “caotica Ana” del titolo (Manuela Velles) è una solare e sorridente (pure troppo) diciottenne fricchettona che vive a Ibiza, in una grotta (ebbene, si) insieme al papà crucco (Matthias Habich), ex hippy con le espadrillas. Quando non è impegnata a fare il bagno ignuda e a ballare in discoteca (siamo pur sempre a Ibiza, del resto), si diverte a dipingere con i pastelli delle terrificanti croste colorate. Di tali croste si invaghisce Justine (Charlotte Rampling che, in questa pellicola, raggiunge vette sublimi di autoparodia), guarda caso raffinata mecenate francese. La donna propone ad Ana di raggiungerla a Madrid, dove dirige una comune di giovani artisti “un sacco talentuosi” (per dirla a la Ruggero di “Un sacco bello”). La giovane Ana, in quattro e quattr'otto, abbandona la spelonca avita e si ritrova a passeggiare per la Gran Via, conciata come la più classica delle perroflautas. La comune è, in realtà, una specie di palazzina occupata, dove i giovani talentuosi vivono tutti insieme appassionatamente: dormono insieme, mangiano insieme, vanno al cesso insieme e, sempre insieme, frequentano i corsi di pittura, videoarte e cose così, un sacco alternative. A Justine che le chiede come si trova, Ana tutta sorridente (come al solito) risponde: “è il posto migliore dove potrei stare” (che, detto da una che viveva in una grotta, tutto sommato, non è 'sto gran complimento). La ragazza stringe quasi subito amicizia con Linda (Bebe, cantautrice spagnola il cui singolo di maggior successo, “Malo”, qui in Italia si voleva a tutti i costi far passare per allegro tormentone estivo, nonostante parlasse di una donna abitualmente pestata a sangue dal compagno) un'altra giovane talentuosa la quale illumina la giovane Ana con un paio di massime che, personalmente, vorrei come epitaffio sulla lapide: “gli uomini sono tutti stupratori” e “le donne sono tutte puttane”. “E quelli?” chiede Ana ridacchiando, dopo aver scoperto due ragazzi del corso impegnati in pratiche sodomitiche, “quelli si stuprano tra di loro”, risponde Linda. Dialoghi illuminanti, senza dubbio. Del corso di pittura fa parte anche il giovane talentuoso Said, proveniente dal Sahara Occidentale, il quale (guarda un po') dipinge croste a forma di deserto. Lei guarda i suoi quadri e piange (non si sa bene se per commozione o per disperazione), lui l'abbraccia e la porta, più veloce della luce, nel suo appartamento al terzo piano (citazione polanskiana?). Qui segue una terrificante scena di sesso. Un su e giù tutto in soggettiva, dove lui in realtà sembra stia facendo delle flessioni sul corpo di lei (o forse sta facendo proprio quello, vallo a sapere). Dopo il sesso, lui va in bagno a vomitare (tutta la sequenza era, in effetti, un po' da mal di mare) e quando lei lo raggiunge lui le urla: “sono le mie ansie che ritornano! La vita non ha sensooo!!!” (tutto questo dopo una notte di sesso con la Velles...). La storia d'amore, tra Ana e Said, procede tutto sommato in maniera abbastanza tranquilla (viste le premesse), fino a quando, una sera, lei dà di matto e sviene, dopo aver fissato a lungo delle aragoste in un ristorante dove è andata a cenare insieme a Justine, Said, Linda e il suo ganzo, dotato di mullet (i capelli a la Tony Meola, il portiere statunitense di Italia '90, per intenderci). La mattina successiva, Ana si risveglia nel suo letto. Linda le racconta che, la sera precedente, in seguito alla sua crisi, una ipnotista (manco a farlo apposta) seduta accanto a loro al ristorante, ha provato ad ipnotizzarla. Sotto ipnosi, Ana ha parlato nella lingua nativa di Said il quale, spaventato dalle sue parole, ha fatto armi e bagagli ed è scappato via, senza lasciare traccia.

La ritroviamo qualche tempo dopo, con i capelli a la Brittany Murphy, a fare crepes in un locale a New York. Tra una crepes e l'altra, rincontra Said che, come se niente fosse, si fa nuovamente vivo. L'amore e la passione si riaccendono (cioè, il primo si, l'altra in realtà molto meno, con lui che si guarda sconsolato tra le gambe ed è tutto un “mi dispiace” e un “ma no, non importa”, come nella migliore tradizione). Ma il destino ha in serbo per Ana una improvvisa agnizione: lei (che ricordava di essere stata, tra le altre cose, una donna berbera, in una delle sue innumerevoli vite precedenti) è la reincarnazione della madre di Said, morta in tragiche circostanze (allegria). Una mattina lei si sveglia e lui (ovviamente) non c'è più. Ana si siede nuda sulla tazza, nel bagno del suo piccolo appartamento nuiorchese (che è proprio come ti aspetti che sia un piccolo appartamento nuiorchese, con la scala antincendio fuori dalla finestra e tutto il resto) e lancia un urlo che mi sveglia dal torpore.
Passa un altro po' di tempo (presumibilmente qualche anno). Ora Ana lavora come cameriera nel ristorante di un albergo extrasuperlusso. Uno degli ospiti dell'albergo è un uomo politico statunitense (si deduce) molto potente, uno di quelli che “si è inventato la guerra in Irak, che si è portata via il nostro Paco”, stando alle parole della coppia di inservienti ispanici della cucina. Ana seduce la guardia del corpo del politico (una specie di Kabir Bedi), ciucciando una specie di asparago gigante bianco (mostrando discrete doti di deepthroating, tra l'altro), poi un po' fa la civettuola con il politico, un po' si lascia andare a considerazioni farneticanti, un po' piange, con il risultato che il tipo, incuriosito (ed anche discretamente arrapato per la storia dell'asparago), la invita a raggiungerlo nella sua suite. Una volta soli nella stanza, dopo un'altra manciata di discorsi deliranti, Ana ed il politico si predispongono, sul letto, nella inequivocabile posizione del sessantanove. Lui non fa neanche in tempo a dire: “che buon profumo che hai”, che lei (per imperscrutabili motivi) gli defeca in un occhio (Cavallone, vatti a nascondere). Lui non sembra gradire ed incomincia a pestarla, a calci e pugni, come se non ci fosse un domani, in un'affascinante ed ardita (eeh, come no) simmetria con le vicende della regina indiana, massacrata millenni prima da un altro maschio cattivissimo. In uno dei finali più inutili ed inconcludenti della storia del cinema, Ana, dopo essere stata gonfiata come una zampogna, passeggia per le strade di New York, con il volto tumefatto ma, allo stesso tempo, illuminato dal consueto, spensierato (ed un po' ebete, a dire la verità) sorriso.“Chaotic Ana”, pellicola diretta nel 2007 da Julio Medem (già regista, nel 2001, di “Lucia y el sexo”) è un'orripilante pastrocchio, senza capo né coda, tanto tronfio e pretestuoso, quanto irritante. L'idea di Medem, di realizzare un film “femminile” (qualsiasi cosa questo voglia significare), naufraga miseramente in un mare di suggestioni veterofemministe, idee e pensieri sfilacciati e logori, infilati a forza in bocca al personaggio di Linda, per tutta la durata della pellicola erogatrice instancabile e a getto continuo, dei soliti, sfiancanti, quattro stereotipati concetti (in realtà due: “l'uomo è uno stupratore” e “la donna è una puttana”) che, già negli anni '60 e '70, dovevano avere un discreto sentore di stantio. Un hodgepodge condito da una storia d'amore che vorrebbe essere coinvolgente ma che affonda, inesorabilmente, nel ridicolo involontario e dialoghi che, nelle intenzioni, si volevano profondi e spirituali ma che, in realtà, risultano ascetici e contemplativi quanto una pennichella pomeridiana. Per non parlare, poi, del cattivo gusto di alcune scene, tremendamente kitsch e fuori luogo, soprattutto nella lunga e sconclusionata scena finale (perché, parliamoci chiaro, la “merda” al cinema è elemento da trattare con i guanti e Medem non è né Pasolini, né Miike, né Cavallone).
Cosa salvare, dunque, del film di Julio Medem? Molto poco, direi: una paio di sequenze interessanti (una delle quali, quella animata, già citata) e, tutto sommato, l'interpretazione di Bebe (che avevo già apprezzato come cantautrice) la cui recitazione, benché vincolata da dialoghi imbarazzanti, è sicuramente un gradino al di sopra, rispetto alla prova offerta da alcuni attori palesemente disorientati (la Rampling su tutti).
Un po' poco, appunto.
MEISTER STEINER DICE: 4
martedì 1 giugno 2010
GIALLO ALL'ITALIANA
...E tanta paura (Trailer)
SCHEDA FILMPaolo Cavara è stato, indubbiamente, uno dei personaggi più eclettici ed interessanti nel panorama del cinema di genere italiano degli anni '60 e '70. Ex operatore subacqueo, inizia la sua carriera di documentarista a fianco di Carlo Gregoretti e Franco Prosperi negli anni '50, con una serie di documentari girati tra Ceylon, le Maldive e l'Indonesia. Successivamente, negli anni '60, la sua carriera di sceneggiatore e regista subisce una svolta quando realizza, per Angelo Rizzoli, “Mondo cane” (capostipite dei cosiddetti mondo movies), nel 1962, insieme a Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi. La pellicola ha talmente tanto successo da spingere produttori e registi, in quegli anni, a lanciarsi su questo nuovo filone di documentari sensazionalistici e pseudo-sociologici, volti ad impressionare il pubblico con immagini raccapriccianti (spesso e volentieri, costruite ad hoc), condite da finto moralismo, malcelato razzismo e spirito neo-colonialista.
Negli anni seguenti realizza: “La donna nel mondo” (1963), alcune sequenze (non accreditate) di “Mondo cane 2” (1963), “I malamondo” (1964), film inchiesta sull'universo giovanile e, soprattutto, “L'occhio selvaggio” (1967), interessante analisi (a tratti autobiografica) critica e metacinematografica, sulla metodologia utilizzata nel filone dei documentari “sensazionalistici”.
Successivamente, Cavara si dedica a progetti che, almeno nelle intenzioni, avrebbero dovuto assicurare un riscontro commerciale più sicuro. Nel 1971, cavalcando il filone del “giallo all'italiana”, inaugurato da Dario Argento l'anno precedente, dirige “La tarantola dal ventre nero” (film “argentiano” fin dal titolo) e, cinque anni più tardi, “...E tanta paura”. Entrambi rappresentano dei discreti successi commerciali e di critica, tuttavia, mentre il primo ricalca, in maniera poco originale, i clichés tipici del thriller “argentiano”, nel secondo Cavara adotta un punto di vista, abbastanza innovativo per l'epoca, grottesco e satirico, al limite della parodia. Sotto determinati aspetti, infatti, la pellicola di Cavara rappresenta una sorta di vera e propria destrutturazione del genere, per il modo in cui porta avanti, con abile ironia, l'intelligente caricatura di quasi tutti gli elementi portanti classici, tipici della struttura del “giallo all'italiana”.
Lo script firmato da Bernardo Zapponi (già autore della sceneggiatura di “Profondo rosso”, uscito l'anno precedente) è ricco di personaggi e situazioni eccessive e caricaturali. I tradizionali ingredienti del giallo (alibi e movente, ad esempio) risultano talmente improbabili che, la stessa soluzione finale dell'enigma non può che risultare intenzionalmente ingarbugliata ed inverosimile. Senza contare l'aspetto volutamente sexploitation (ma, allo stesso tempo, decisamente ironico), garantito dalle scene di sesso tra il commissario Lomenzo (Michele Placido) e la disponibilissima Jeanne (la bella Corinne Clery) e da un curioso cartone animato, del quale si intravedono alcune sequenze nel corso del film, porno-satirico-sadomasochistico, disegnato da Francesco Maurizio Guido (in arte Gibba), autore di “Il nano e la strega” (1974) primo film erotico d'animazione italiano.
Singolare, benché di tutto rispetto, è anche il cast che, oltre ai già citati Placido e Clery, può vantare il grande Eli Wallach (che gigioneggia non poco) nel ruolo di Pietro Riccio, il cattivissimo per antonomasia John Steiner (nel ruolo di Hoffmann) e Tom Skerritt (che aveva già lavorato in Italia con Giuseppe Colizzi, a fianco di Keith Carradine, in “Arrivano Joe e Margherito”) nel ruolo del commissario capo (poco più di un cameo, a dire la verità).
In conclusione, “...E tanta paura” è un film curato ed elegante (una scena su tutte: la sequenza tra gli specchi, omaggio a “La signora di Shangai”) e decisamente interessante, a patto che lo si interpreti come tentativo di rilettura, destrutturante e parodistica, di un particolare genere. Tentativo che, probabilmente, assume un valore anche maggiore, rispetto a quelli che sono i suoi effettivi meriti, se collochiamo la pellicola all'interno del suo contesto originario, nel quale il cosiddetto italian giallo era un genere ancora all'apice della propria popolarità e potenzialità espressiva.
MEISTER STEINER DICE: 6,5
lunedì 17 maggio 2010
IGNUDE PER IL MASSACRO
...E la notte si tinse di sangue (Trailer)
SCHEDA FILM Cain Adamson (Mathieu Carrière) è un reduce, ex combattente in Vietnam, con (come ogni buon reduce del Vietnam che si rispetti) un passato da eroe di guerra e un presente che lo vede coacervo di problemi psichici e comportamentali. Sbarcato a Belfast, si ritrova a girovagare per le strade della città, cercando disperatamente di sbarcare il lunario, tra mense dei poveri, squallore, povertà e attentati dell'IRA.
Un giorno si ritrova, affamato e disperato, davanti alla porta di una piccola pensione, abitata da un gruppo di giovani infermiere. Le ragazze, nonostante una certa diffidenza, lo ospitano, seppur per il breve tempo di un semplice pasto.
Tuttavia, nella mente tormentata di Adamson comincia rapidamente a prendere corpo un piano, per poter raggranellare un po' di denaro. La stessa notte, infatti, il reduce si intrufola nella casa delle ragazze, con l'intento di derubarle. Una volta nella casa, però, Adamson viene colto da un violento raptus che lo spinge a seviziare e uccidere le giovani infermiere, una ad una...
La pellicola, diretta dal canadese Denis Héroux (questo è il suo penultimo film), è composta da due parti ben distinte; una suddivisione, questa, che obbliga ad un'analisi disgiunta. Nella prima parte, l'obiettivo è quello di descrivere l'inferno interiore ed esteriore del protagonista, afflitto dai propri problemi psichici e immerso in una cupa realtà, d'angosciante squallore e miseria (materiale ed interiore).
Da questo punto di vista, il primo segmento del film è forse quello più interessante o, comunque, quello meglio riuscito, nonostante il lavoro non proprio eccelso di Mathieu Carrière, attore tedesco molto prolifico, soprattutto in televisione. Il tentativo di analisi psicosociale, insieme a quello di tratteggiare un protagonista che, seppur alla ricerca della pace interiore, si mostra penetrabile e mutevole, rispetto alla desolante violenza dell'ambiente esterno (lo sfondo è quello di una Belfast al centro di scontri cruenti, tra indipendentisti irlandesi e governo inglese), sono probabilmente l'unica cosa da salvare in un film che crolla, inesorabilmente, nella seconda parte.
È qui, infatti, che la sceneggiatura di Géza von Radvànyi (regista, sceneggiatore e produttore ungherese, di un certo spessore) mostra il suo lato più debole. Il tentativo di dare profondità al film, infatti, lascia il posto ad una seconda parte, smaccatamente exploitativa, dove il protagonista si trasforma (abbastanza inspiegabilmente, nonostante tutto) in un sanguinario maniaco sessuale. Adamson sequestra le giovani e belle infermiere, le obbliga a spogliarsi e ad avere rapporti lesbici, le sevizia e, infine, le uccide. Malgrado queste “squisitezze” da buongustaio, che farebbero felice qualsiasi appassionato di un certo cinema di(de)genere, Héroux non spinge eccessivamente (come avrebbe potuto e dovuto, a questo punto), sul pedale sanguinolento dell'exploitation. Si passa, quindi, da una regia scarnificata ed essenziale, funzionale alla prima parte del film, ad un tripudio di tette, culi e cespuglioni pelosi, decisamente vintage ma, tutto sommato, parecchio noioso e ripetitivo.
Per il cinefilo incallito segnalo, inoltre, che la pellicola di Denis Héroux mostra interessanti similitudini con il film “Angeli violati”, diretto da Koji Wakamatsu nel 1967. Entrambi i film, infatti, traggono ispirazione dalle efferate gesta, di cui si rese protagonista l'americano Richard Speck, negli anni '60. Anche nel film di Wakamatsu, ritroviamo un giovane protagonista, disturbato e sessualmente represso, deciso ad introdursi in un dormitorio di giovani infermiere, con l'intenzione di torturarle ed ucciderle. Fatte le dovute distinzioni, il film di Héroux, in alcuni momenti, sembra quasi una versione occidentalizzata e diluita (il film di Wakamatsu dura poco più d'un ora) di “Angeli violati”. Ovviamente, il cinema di Koji Wakamatsu è tutt'altra cosa e “Angeli violati”, nella fattispecie, è un film che riesce realmente, in maniera mirabile ed intelligente, a parlare di follia, repressione ed ossessione.
Per l'amante delle bellezze un po' retrò, invece, segnalo la presenza, nel film di Héroux, di Leonora Fani (“Giallo a Venezia”, “Bestialità”, “Calde labbra”), Ely Galleani (“La via della prostituzione”, “Nero veneziano”, “Emanuelle nera: Orient reportage”, “Mark il poliziotto spara per primo”, “La polizia incrimina, la legge assolve”, “Una lucertola con la pelle di donna”, “5 bambole per la luna d'agosto”) e Debra Berger (“Quel maledetto treno blindato”, “Emanuelle nera: Orient reportage”).
MEISTER STEINER DICE: 3,5
giovedì 13 maggio 2010
NON ENTRATE IN QUELLA STANZA
1408 (Trailer)
SCHEDA FILM
Un tempo, Mike Enslin (John Cusack) era un giovane scrittore di talento con un radioso futuro davanti. La sua vita cambia completamente quando, in seguito alla morte della figlia (divorata da una malattia incurabile) e al conseguente tracollo del proprio matrimonio, la sua carriera di scrittore prende una piega totalmente inaspettata. Da giovane promessa della narrativa, Mike trova un discreto successo trasformandosi in un autore di saggi, incentrati su tematiche horrorifiche. Benché sia uno scrittore estremamente prolifico e amato dagli appassionati del genere, Mike Enslin ha sviluppato un profondo scetticismo nei confronti di tutto ciò che, solitamente, viene fatto rientrare nella categoria del “paranormale”, arrivando a provare un certo cinico piacere nello sbugiardare tutte le mistificazioni e le frodi, che si nascondono dietro questo genere di fenomeni.
MEISTER STEINER DICE: 5,5
lunedì 10 maggio 2010
ROAD MOVIE - GUSTO MISO
SCHEDA FILM
Il giovane Usami (Daijiro Kawaoka) mentre, in pieno giorno, sta tranquillamente percorrendo, sul suo scooter, la periferia di Tokyo, viene improvvisamente avvicinato con una banale scusa, da tre ragazzi a bordo di una fiat 500. Il trio, senza alcuna apparente ragione, lo carica di peso in macchina e lo rapisce. Il terrorizzato Usami è inizialmente convinto che i tre siano intenzionati a chiedere un riscatto ma, con profonda sorpresa, scoprirà che l'unico interesse del misterioso trio è coinvolgerlo nelle proprie scorribande. A poco a poco, la naturale diffidenza del ragazzo viene meno, per essere sostituita da un singolare senso di appartenenza, nei confronti del gruppo. Ben presto, infatti, lo stile di vita, completamente amorale, dei tre rapitori eserciterà su Usami un fascino sempre maggiore, fino a spingerlo a collaborare con loro, quando il gruppo verrà coinvolto in un tragico incidente...
MEISTER STEINER DICE: 5,5
giovedì 6 maggio 2010
POSSESSIONI
Possession (Trailer)
SCHEDA FILMIn una Berlino onirica ed irreale, Mark ed Anna (interpretati rispettivamente da Sam Neill e Isabelle Adjani) vivono, con il proprio figlio di appena cinque anni, in un appartamento, praticamente adiacente al celebre muro.
Nel 1981, il regista polacco Andrzej Zulawski (“L'importante è amare”, “Amore balordo” e “La sciamana”) ex assistente di Wayda, realizza il suo film più celebre e controverso.
Film “maledetto” per antonomasia (la pellicola è stata oggetto di talmente tanti tagli e manipolazioni, che la sua effettiva durata, ancora oggi, è argomento di discussione), incompreso da buona parte della critica dell'epoca (ma subito apprezzato da una fetta di pubblico non mainstream), letteralmente adorato da un genio come David Lynch, “Possession” è senza dubbio una delle opere più disturbanti e provocatorie della storia del cinema.
Paesaggio ideale per il cammino dei due protagonisti è una Berlino, precedente allo smantellamento della Cortina di ferro, disabitata ed irreale, che sembra fuoriuscita da un dipinto di De Chirico o Magritte. Una città deserta, metafisica e surreale, quindi, impregnata di un'atmosfera decadente e distorta, dove l'unica presenza fisica dell'uomo, in una inquietante sequenza, è testimoniata da una vecchietta che esulta in lontananza, dopo l'esplosione di un appartamento. Un ambiente saturo di un simbolismo, a volte fin troppo ovvio e compiaciuto, come nel caso del muro, emblema dell'incomunicabilità della coppia, ma anche della divisione tra il bene e il male, uno dei leitmotiv principali del film.
Tematica fondamentale, alla quale è inevitabilmente collegata quella del doppelganger, il “doppio” nel quale riversiamo le nostre ossessioni e che diventa, di fatto, la nostra parte mostruosa, malata e nascosta. Nella ormai celebre scena della metropolitana (considerata una delle sequenze più shoccanti, mai viste in un film), Anna partorisce due esseri (bene e male, bianco e nero, maschile e femminile, est ed ovest), uno dei quali si identifica con l'aspetto più rassicurante della propria personalità, cioè con Helen (sempre interpretata dalla Adjani), l'Anna ideale, tenera e dolce maestra d'asilo, mentre l'altra creatura, la parte maligna, protetta e taciuta, è destinata a trasformarsi in una sorta di essere superiore, che prenderà l'aspetto di un Mark idealizzato. Il bene, sembra dire Zulawski, altro non è che il pallido riflesso del male, almeno fino all'apocalittica sequenza finale dove, nonostante il trionfo del demoniaco, bene e male si confondono in un meraviglioso gioco di chiaroscuri, sul volto ambiguo e bellissimo di Isabelle Adjani.
MEISTER STEINER DICE: 8
LA NOTTE DEL DRIVE IN (1)
In corsa con il diavolo (Trailer)
...La presenza di R.G. Armstrong ne "La Macchina Nera" mi ha fatto tornare alla mente un altro piccolo cult movie degli anni '70, nel quale il "Bob Ollinger" di "Pat Garrett & Billy the Kid" recita a fianco di Peter Fonda e del grande Warren Oates, uno dei volti più caratteristici del cinema americano di quegli anni...
SCHEDA FILMNel film si sviluppano efficacemente (nonostante alcune piccole ingenuità) alcune tematiche care al cinema USA, come il tema pionieristico dell'assedio, della congiura e della contrapposizione tra città/civiltà e campagna/barbarie. I novelli pionieri si rifugiano nel loro camper/fortino ("siamo autosufficienti" tiene a ribadire Oates), accerchiati dai fantasmi della propria (giustificata) paranoia.
Gli ultimi venti minuti non sono altro che un palese omaggio a "Ombre Rosse", con Fonda che spara dal tetto del camper come John Wayne, il camper stesso al posto della diligenza, l'asfalto al posto del deserto e gli adoratori di satana che sembrano i guerrieri di Geronimo.
Sembra sia previsto il solito, inutile, remake.
| Reazioni: |
SPAGHETTI FANTASY
Il film, diciamolo subito, è in verità bruttino, anche se garantisce un (non so quanto voluto) particolare effetto straniante, forse a causa dell'ambientazione e dei costumi, che donano al film un’interessante atmosfera a-storica e a-temporale (ad un certo punto compare anche un samurai).
Il cast è perlomeno singolare: accanto a Barbara De Rossi, Zeudi Araya e Tanya Roberts, troviamo Ron Moss (!) e Maurizio Nichetti (nella sua peggior interpretazione, credo), insieme a nomi caratteristici del cinema di genere del periodo: Leigh McCloskey, Al Cliver, Hal Yamanouchi e Bobby Rhodes...

Alcune idee non sono male: in una delle prime sequenze, Barbara De Rossi (Bradamante) viene assalita da un gruppo di briganti sfigati. Prima che i tre possano sfogare i propri bassi istinti, giunge un cavaliere che li fa (letteralmente) a pezzi. Lei alza la visiera dell'elmo, per vedere il volto del suo salvatore, e sotto non trova niente. Probabilmente, ai più una scena del genere non direbbe granché...a meno che non fossero da sempre affascinati ed ossessionati (come il sottoscritto) dal quel tipo di fobia, espressa anche da J. Lorrain, nel racconto "I buchi della maschera", che porta a pensare che, dietro ad una maschera, si possa nascondere il nulla.

Barbara De Rossi, mostra generosa il fondoschiena (ed è un bel vedere). Ron Moss, che interpreta il ruolo del saraceno Ruggero, è meno peggio di quanto si possa pensare, ma il mio preferito rimane Ferraù (Tony Vogel), che sputa, fa le faccette da matto e fa pure il gesto del dito medio a Orlando…
L’ambientazione ed i costumi (Anna Cecchi) sono eccellenti, anzi figosi (per dirla a la Derek Zoolander).
MEISTER STEINER DICE: 5


























