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mercoledì 8 giugno 2011

FIGLIE DELLE TENEBRE

LA VESTALE DI SATANA (Les lèvres rouges – Francia, Belgio, Germania 1971) di Harry Kumel


Stefano (John Karlen) e Valeria (Daniele Ouimet), freschi sposini in viaggio dalla Svizzera all'Inghilterra, a causa del deragliamento di un treno sono costretti ad interrompere bruscamente la propria luna di miele e a sostare ad Ostenda, nelle Fiandre. La coppia decide di prendere alloggio in un lussuoso albergo nel quale, a causa della bassa stagione, i due sono praticamente gli unici ospiti.
Stefano vorrebbe evitare a tutti i costi, una volta giunti in Inghilterra, di far visita alla vecchia madre, una donna aristocratica e d'altri tempi che, secondo il giovane, non approverebbe mai il matrimonio con Valeria, proveniente da un ambiente tutt'altro che nobile. Valeria cerca di convincere il neo marito a recarsi ad un incontro chiarificatore con la madre. I tentativi della donna, tuttavia, si scontrano con la sospetta ostinazione di Stefano il quale, giunto addirittura a nascondere il proprio matrimonio all'anziana genitrice, cerca in tutti i modi di guadagnare tempo.
Una sera, arrivano improvvisamente in albergo due donne, bellissime e misteriose, appena giunte da Bruges. Si tratta della contessa ungherese Elizabeth Bathory (Delphine Seyrig) e della sua segretaria Ilona (Andrea Rau). Le due donne mostrano immediatamente un insano e morboso interesse per la giovane coppia. Nonostante la diffidenza di Valeria, l'esuberanza della contessa e la bellezza di Ilona catturano l'interesse di Stefano, sedotto soprattutto dalle macabre fantasie della Bathory, relative ai raccapriccianti eventi legati ad una sua celebre ava, dedita al sadismo e alla magia nera.
Ben presto, la povera Valeria si ritrova avviluppata in una rete sempre più opprimente. La contessa, infatti, inizia lentamente ad esercitare anche sulla ragazza il proprio fascino, costante ed inesorabile. La giovane cerca invano di sottrarsi alla seduzione della donna, mentre Stefano appare sempre più perso, ormai, in una spirale caratterizzata da frequenti ed improvvise esplosioni di sadismo e violenza.
Da Bruges, intanto, giungono notizie di misteriosi omicidi. Le vittime sono tutte giovani donne, morte per dissanguamento. Come se non bastasse, in albergo c'è chi è pronto a giurare che l'aspetto della contessa è rimasto praticamente inalterato, dalla sua precedente visita avvenuta ben quaranta anni prima...

Interessante horror vampiresco permeato di suggestioni erotiche, diretto nel 1971 da Harry Kumel (autore, tre anni più tardi, di “Malpertuis”), “La vestale di Satana” (“Les lèvres rouges”, in originale) si colloca nel solco del prolifico filone lesbovampiresco che stava vivendo, proprio negli anni settanta, il suo periodo di massimo fulgore. Kumel confeziona un'opera decisamente elegante e raffinata, caratterizzata da soluzioni visivamente affascinanti (le dissolvenze in rosso, ad esempio), che può vantare i propri punti di forza in una messa in scena, algida e quasi compassata. L'ambientazione, in particolar modo, contribuisce a trasmettere, attraverso l'atmosfera funerea e nebulosa di Ostenda e del glaciale Mare del Nord, i colori plumbei e gelidi di Bruges e i vuoti saloni in stile liberty dell'hotel, una crepuscolare sensazione di malinconica e nobile decadenza. Tuttavia, pur riconoscendo a Kumel una certa abilità nel maneggiare finemente gli elementi classici del racconto fantastico, risulta abbastanza evidente quanto il regista belga sia lontano dalla surreale visionarietà che caratterizza le opere (tanto per rimanere in tema) di Jess Franco o di Jean Rollin.


Gli eventi narrati, inoltre, pur non essendo, di per se, il massimo dell'originalità (si tratta dell'ennesima variazione sul tema di “Carmilla” di Le Fanu) suggeriscono elementi e tematiche potenzialmente interessanti che avrebbero meritato un diverso e più completo approfondimento: le esplosioni di sadica violenza del personaggio interpretato da John Karlen, ad esempio, che si intuiscono poter essere effetto della frustrazione, causata dall'evidente attrito tra due antitetici aspetti della propria sessualità; la vera identità della “mamma” e la inconfessata omosessualità del protagonista; la tensione erotica sempre più evidente tra Valeria e la contessa, culminante nel riscatto femminile dal maschio crudele e stupratore. Si tratta, dunque, di fattori che, a causa della struttura stessa del film e del tocco controllato di Kumel, risultano eccessivamente circoscritti, ma che avrebbero potuto contribuire, non poco, a vivacizzare l'intera pellicola, se sottoposti ad un diverso trattamento.


Il film scorre in maniera sufficientemente fluida, se si esclude una parte centrale forse eccessivamente lunga e, tutto sommato, un po' troppo flemmatica. Inoltre, la parte del racconto prevalentemente investigativa viene, curiosamente, relegata in disparte (fino ad essere eliminata, in maniera piuttosto brusca) per far posto all'aspetto meramente erotico, rispetto al quale Kumel, molto più a suo agio nel dirigere altre scene (la sequenza notturna sulla spiaggia e il ritorno all'alba in albergo, ad esempio), non sembra, comunque, mostrare particolare interesse.
Ad essere intrigante è sicuramente l'uso del colore e della luminosa fotografia. Sia per quanto riguarda i toni pieni e vivi degli sfavillanti abiti della contessa, in aperto contrasto con il suo pallore cadaverico, sia per gli splendenti interni dell'hotel, contrapposti al buio esterno e al burrascoso e tetro mare in tempesta.


Fatta eccezione per un paio di scene di involontaria comicità (la morte del commissario ed il lugubre delirio sadico di Stefano e della contessa, con conseguente crisi isterica di Valeria), frutto, più che altro, di una sceneggiatura poco convincente, l'interpretazione del cast è sicuramente nella media. Merito, soprattutto, della prova, più che discreta, dell'affascinante Delphine Seyrig (una delle attrici francesi più importanti degli anni sessanta, compagna del regista Alain Resnais e grande promotrice dei diritti delle donne) che propone una insolita versione della contessa Bathory la quale, per una volta, svestiti i tradizionali panni della vampira sanguinaria e sadica, assume l'aspetto di un'aristocratica, seducente ed ironica. Menzione particolare, inoltre, per la bellissima attrice tedesca Andrea Rau, nel ruolo di Ilona, segretaria e amante della nobildonna magiara.

MEISTER STEINER DICE: 5,5

mercoledì 18 maggio 2011

PRIMO SANGUE

1-ICHI (1-Ichi – Giappone 2003) di Masato Tanno
1-Ichi (Trailer)


Nessuno può competere con Mr. Dai (Teah) quando si tratta di menare le mani. Taciturno “bancho” e leader incontrastato di un piccolo branco di liceali, fedelissimi ed ossequiosi, la sua vita scorre (relativamente) tranquilla, tra mattinate trascorse fra aule e cortili scolastici e violentissimi scontri, a mani nude, con boss di gang rivali e, più in generale, con chiunque abbia voglia di misurare la sua forza e contrastare la sua leadership. Tutto tranquillo, quindi, tranne che per un piccolo, insignificante, particolare: Satoichi (Nao Ohmori). Ogni volta che Dai è coinvolto in un combattimento, infatti, Satoichi è sempre lì, a fissarlo con occhi adoranti ed un inquietante sorriso, stampato sul volto.
Dai è convinto che Satoichi, in qualche modo, si faccia beffe di lui. Ciò che ignora, invece, è che il suo compagno di scuola trae un morboso piacere da tutta quella violenza. Lo stesso insano piacere, fisico e mentale, che Satoichi ricava anche dalle continue umiliazioni e dagli atti di bullismo di cui è perenne vittima, sia tra le mura scolastiche che tra quelle del corso di karate dove, il sadismo dei compagni e del suo maestro nutre i suoi istinti masochistici, provocando in lui un devastante ed incontrollabile mix di sensi di colpa e godimento (incarnato da emblematiche erezioni, violente ed improvvise).
Le cose cominciano a cambiare, quando l'ambiguo Onizame (Chihara Junia) un nuovo studente, da poco trasferitosi nella scuola di Dai e Satoichi, inizia rapidamente ad imporsi con la violenza e con una serie di comportamenti, astutamente crudeli. Dopo aver picchiato selvaggiamente uno dei seguaci di Dai, fino a mandarlo in ospedale, ed aver violentato una delle ragazze della gang, Onizame attende placidamente l'inevitabile scontro con il re della scuola. L'esito del combattimento è inaspettato: Dai viene brutalmente sconfitto ed ora l'unico che possa fronteggiare Onizame è proprio Satoichi, a patto che riesca a risvegliare la propria rabbia repressa, incanalando tutta la sua frustrazione e i suoi sensi di colpa...

Masato Tanno dirige nel 2003 il prequel di quella che probabilmente è la pellicola di Takashi Miike più celebre ed acclamata: “Ichi the Killer”. Il film di Tanno, già aiuto regista di Miike in numerosi film (tra cui lo stesso “Ichi the Killer”), si prefigge lo scopo di narrare le vicende del giovane Satoichi, raccontando gli eventi che spingeranno il ragazzo a trasformarsi in Ichi, il killer frignone e sfigato del film di Miike. Scopriamo così che Satoichi (sempre interpretato da Nao Ohmori, stavolta veramente improbabile nei panni del liceale), anni prima di indossare la tutina di gomma con il grande uno dietro e di essere ipnotizzato dal misterioso Jijii (interpretato, nel film di Miike, dal regista Shinya Tsukamoto) era già un giovane disturbato, represso e frustrato, morbosamente attratto, ma allo stesso tempo terrorizzato, dalla violenza e dal fascino che quest'ultima esercita su di lui.

 
Masato Tanno sfrutta a suo favore tutto ciò che di positivo può esserci in un budget risicato, mettendo in piedi un'opera asciutta, spolpata di qualsiasi elemento complementare (compresi gli effetti speciali) e, da un punto di vista prettamente registico, sicuramente interessante. Il tocco di Tanno, seppur singolare (anche se vagamente derivativo), è chiaramente lontano anni luce da quello di Miike, anche se, in nuce, nel suo lavoro sono presenti (e non potrebbe essere altrimenti) ingredienti tipicamente miikiani (esasperazione della violenza, repressione, bullismo, misoginia, suggestioni omoerotiche).

 
I problemi arrivano, semmai, a livello di sceneggiatura. Satoichi, infatti, viene descritto come qualcuno che, già da tempo, si è inoltrato lungo un percorso di disagio mentale. Molto prima, dunque, che Jijii (come narrato nel primo film) alimenti i suoi incubi e i sensi di colpa, instillandogli nella memoria i falsi ricordi, utilizzati per controllarlo e manovrarlo. Il cammino sanguinante e distruttivo di Satoichi, quindi, ci viene descritto e proposto come un'esperienza in corso, già iniziata. Un viaggio di cui conosciamo abbondantemente la meta, ma di cui ignoriamo l'effettivo punto di partenza. Quello che ci viene proposto, infatti, non è altro che l'esordio un po' tarocco e semplificato dell'alienazione di Satoichi. Una serie di eventi che rimpiazzano totalmente alcuni episodi, peraltro già citati in “Ichi the Killer”, che probabilmente avrebbero meritato un adeguato approfondimento, come l'incontro con Jijii e l'omicidio dei genitori del protagonista. Quando, ad esempio, il desiderio sessuale represso, nella mente di(ma)sturbata di Satoichi, inizia a confondersi con il desiderio di morte? Quando i due livelli (sesso, carne, vita/violenza, sangue, morte) cominciano a fondersi e a divenire un singolo elemento contorto ed inestricabile? Il film di Tanno non dà risposte soddisfacenti a questo genere di domande, proponendosi come un puro e semplice (ed anche godibile, in alcuni momenti) collage di situazioni violente (ma molto meno ironiche ed “estreme” di quelle presenti nel film di Miike) scevro da qualsiasi tentativo di approfondimento.

 
Per quanto riguarda gli altri protagonisti, Il personaggio di Dai (interpretato da Teah) è trattato in maniera eccessivamente superficiale, mentre gli altri sono poco più che figurine abbozzate e, nonostante Chihara Junia interpreti, in maniera abbastanza convincente, un villain decisamente bastardo e sadico come Onizame, nel film manca indubbiamente una figura carismatica e centrale come il Kakihara di Tadanobu Asano (qui presente come autore delle musiche), vera e propria icona e character fondamentale di “Ichi the Killer”.
Il film, nonostante sia passato abbastanza inosservato (cosa, tutto sommato, insolita visto che si tratta comunque del prequel di un cult movie), è consigliato in particolar modo ai fan sfegatati della pellicola precedente, curiosi di conoscere la vita di Ichi, prima che iniziasse ad andare in giro ad affettare papponi, yakuza e puttane. Da evitare con cura, ovviamente, se non avete mai visto “Ichi the Killer”.

MEISTER STEINER DICE: 5,5

giovedì 12 maggio 2011

9...8...7...6...T(ANA) LIBERA TUTTI...

CHAOTIC ANA (Caotica Ana – Spagna 2007) di Julio Medem
Chaotic Ana (Trailer)

SCHEDA FILM

La “caotica Ana” del titolo (Manuela Velles) è una solare e sorridente (pure troppo) diciottenne fricchettona che vive a Ibiza, in una grotta (ebbene, si) insieme al papà crucco (Matthias Habich), ex hippy con le espadrillas. Quando non è impegnata a fare il bagno ignuda e a ballare in discoteca (siamo pur sempre a Ibiza, del resto), si diverte a dipingere con i pastelli delle terrificanti croste colorate. Di tali croste si invaghisce Justine (Charlotte Rampling che, in questa pellicola, raggiunge vette sublimi di autoparodia), guarda caso raffinata mecenate francese. La donna propone ad Ana di raggiungerla a Madrid, dove dirige una comune di giovani artisti “un sacco talentuosi” (per dirla a la Ruggero di “Un sacco bello”). La giovane Ana, in quattro e quattr'otto, abbandona la spelonca avita e si ritrova a passeggiare per la Gran Via, conciata come la più classica delle perroflautas. La comune è, in realtà, una specie di palazzina occupata, dove i giovani talentuosi vivono tutti insieme appassionatamente: dormono insieme, mangiano insieme, vanno al cesso insieme e, sempre insieme, frequentano i corsi di pittura, videoarte e cose così, un sacco alternative. A Justine che le chiede come si trova, Ana tutta sorridente (come al solito) risponde: “è il posto migliore dove potrei stare” (che, detto da una che viveva in una grotta, tutto sommato, non è 'sto gran complimento). La ragazza stringe quasi subito amicizia con Linda (Bebe, cantautrice spagnola il cui singolo di maggior successo, “Malo”, qui in Italia si voleva a tutti i costi far passare per allegro tormentone estivo, nonostante parlasse di una donna abitualmente pestata a sangue dal compagno) un'altra giovane talentuosa la quale illumina la giovane Ana con un paio di massime che, personalmente, vorrei come epitaffio sulla lapide: “gli uomini sono tutti stupratori” e “le donne sono tutte puttane”. “E quelli?” chiede Ana ridacchiando, dopo aver scoperto due ragazzi del corso impegnati in pratiche sodomitiche, “quelli si stuprano tra di loro”, risponde Linda. Dialoghi illuminanti, senza dubbio. Del corso di pittura fa parte anche il giovane talentuoso Said, proveniente dal Sahara Occidentale, il quale (guarda un po') dipinge croste a forma di deserto. Lei guarda i suoi quadri e piange (non si sa bene se per commozione o per disperazione), lui l'abbraccia e la porta, più veloce della luce, nel suo appartamento al terzo piano (citazione polanskiana?). Qui segue una terrificante scena di sesso. Un su e giù tutto in soggettiva, dove lui in realtà sembra stia facendo delle flessioni sul corpo di lei (o forse sta facendo proprio quello, vallo a sapere). Dopo il sesso, lui va in bagno a vomitare (tutta la sequenza era, in effetti, un po' da mal di mare) e quando lei lo raggiunge lui le urla: “sono le mie ansie che ritornano! La vita non ha sensooo!!!” (tutto questo dopo una notte di sesso con la Velles...). La storia d'amore, tra Ana e Said, procede tutto sommato in maniera abbastanza tranquilla (viste le premesse), fino a quando, una sera, lei dà di matto e sviene, dopo aver fissato a lungo delle aragoste in un ristorante dove è andata a cenare insieme a Justine, Said, Linda e il suo ganzo, dotato di mullet (i capelli a la Tony Meola, il portiere statunitense di Italia '90, per intenderci). La mattina successiva, Ana si risveglia nel suo letto. Linda le racconta che, la sera precedente, in seguito alla sua crisi, una ipnotista (manco a farlo apposta) seduta accanto a loro al ristorante, ha provato ad ipnotizzarla. Sotto ipnosi, Ana ha parlato nella lingua nativa di Said il quale, spaventato dalle sue parole, ha fatto armi e bagagli ed è scappato via, senza lasciare traccia.

Seguono giorni tristi (Ana scopre che il padre, con il quale si è sempre tenuta in contatto tramite deliranti lettere, è in punto di morte) ma anche sorprendenti. La ragazza, infatti, grazie all'aiuto di Anglo (Asier Newman), giovane allievo della ipnotista, riesce a recuperare le tracce delle sue precedenti vite, scoprendo così che in lei si è reincarnata una donna la quale, di volta in volta, ha vissuto centinaia di vite, attraverso i secoli, tutte finite in malo modo (chi impiccata, chi ghigliottinata, chi impalata ecc ecc, come viene rivelato in una interessante sequenza animata, una delle poche cose del film da non buttare). Ben presto, Anglo si innamora di Ana ma lei, fedele al suo Said, è irremovibile (o quasi): “potrai avermi solo sotto ipnosi” gli suggerisce. Lui, inizialmente fa il gentleman ma poi, in una delle scene seguenti, Ana si risveglia a letto, dopo la consueta seduta d'ipnosi, completamente nuda. “Ti ho lavata perché eri tutta sudata” le dice lui (si, vabbè, Anglo, ma chi ci crede?). Anglo, oltretutto, coadiuvato da Linda che effettua le riprese video, sottopone la ragazza ad una interminabile serie di sedute ipnotiche, convinto com'è di poter procedere a ritroso nel tempo, fino ad arrivare alla sua forma “primitiva”. Finché, un bel giorno, stressata dal dover rivivere in continuazione tutte le sue vite precedenti, Ana decide di fuggire. Si imbarca come clandestina a bordo della barca a vela di Ismael (Lluis Homar, protagonista de “Gli abbracci spezzati”), il cui nome è già tutto un programma, padre fedifrago di Linda, in fuga dalla moglie. I due si dirigono verso New York e come Ismael resista, per tutto il viaggio, dallo zompare addosso ad Ana che gli gironzola intorno, ballonzolando le tette al vento, è francamente un mistero. Una volta a New York, Ana incontra, per l'ennesima volta, quella piattola di Anglo che la convince ad andare nella Monument Valley, alla ricerca delle proprie origini più profonde. Nel deserto dell'Arizona, tra le antiche abitazioni dei Navajos, ricavate nella roccia, i due incontrano nuovamente Justine (vestita come se stesse passeggiando per Boulevard Saint-Michel) e una vecchia sciamana. Ana scopre così di essere l'ultima reincarnazione di una donna vissuta in quel luogo, millenni prima: una regina spodestata, uccisa e fatta a pezzi, dalla violenza di un maschio cattivo cattivo. Tanto per cambiare, Ana fugge via, terrorizzata da questa rivelazione.

La ritroviamo qualche tempo dopo, con i capelli a la Brittany Murphy, a fare crepes in un locale a New York. Tra una crepes e l'altra, rincontra Said che, come se niente fosse, si fa nuovamente vivo. L'amore e la passione si riaccendono (cioè, il primo si, l'altra in realtà molto meno, con lui che si guarda sconsolato tra le gambe ed è tutto un “mi dispiace” e un “ma no, non importa”, come nella migliore tradizione). Ma il destino ha in serbo per Ana una improvvisa agnizione: lei (che ricordava di essere stata, tra le altre cose, una donna berbera, in una delle sue innumerevoli vite precedenti) è la reincarnazione della madre di Said, morta in tragiche circostanze (allegria). Una mattina lei si sveglia e lui (ovviamente) non c'è più. Ana si siede nuda sulla tazza, nel bagno del suo piccolo appartamento nuiorchese (che è proprio come ti aspetti che sia un piccolo appartamento nuiorchese, con la scala antincendio fuori dalla finestra e tutto il resto) e lancia un urlo che mi sveglia dal torpore.

Passa un altro po' di tempo (presumibilmente qualche anno). Ora Ana lavora come cameriera nel ristorante di un albergo extrasuperlusso. Uno degli ospiti dell'albergo è un uomo politico statunitense (si deduce) molto potente, uno di quelli che “si è inventato la guerra in Irak, che si è portata via il nostro Paco”, stando alle parole della coppia di inservienti ispanici della cucina. Ana seduce la guardia del corpo del politico (una specie di Kabir Bedi), ciucciando una specie di asparago gigante bianco (mostrando discrete doti di deepthroating, tra l'altro), poi un po' fa la civettuola con il politico, un po' si lascia andare a considerazioni farneticanti, un po' piange, con il risultato che il tipo, incuriosito (ed anche discretamente arrapato per la storia dell'asparago), la invita a raggiungerlo nella sua suite. Una volta soli nella stanza, dopo un'altra manciata di discorsi deliranti, Ana ed il politico si predispongono, sul letto, nella inequivocabile posizione del sessantanove. Lui non fa neanche in tempo a dire: “che buon profumo che hai”, che lei (per imperscrutabili motivi) gli defeca in un occhio (Cavallone, vatti a nascondere). Lui non sembra gradire ed incomincia a pestarla, a calci e pugni, come se non ci fosse un domani, in un'affascinante ed ardita (eeh, come no) simmetria con le vicende della regina indiana, massacrata millenni prima da un altro maschio cattivissimo. In uno dei finali più inutili ed inconcludenti della storia del cinema, Ana, dopo essere stata gonfiata come una zampogna, passeggia per le strade di New York, con il volto tumefatto ma, allo stesso tempo, illuminato dal consueto, spensierato (ed un po' ebete, a dire la verità) sorriso.

Chaotic Ana”, pellicola diretta nel 2007 da Julio Medem (già regista, nel 2001, di “Lucia y el sexo”) è un'orripilante pastrocchio, senza capo né coda, tanto tronfio e pretestuoso, quanto irritante. L'idea di Medem, di realizzare un film “femminile” (qualsiasi cosa questo voglia significare), naufraga miseramente in un mare di suggestioni veterofemministe, idee e pensieri sfilacciati e logori, infilati a forza in bocca al personaggio di Linda, per tutta la durata della pellicola erogatrice instancabile e a getto continuo, dei soliti, sfiancanti, quattro stereotipati concetti (in realtà due: “l'uomo è uno stupratore” e “la donna è una puttana”) che, già negli anni '60 e '70, dovevano avere un discreto sentore di stantio. Un hodgepodge condito da una storia d'amore che vorrebbe essere coinvolgente ma che affonda, inesorabilmente, nel ridicolo involontario e dialoghi che, nelle intenzioni, si volevano profondi e spirituali ma che, in realtà, risultano ascetici e contemplativi quanto una pennichella pomeridiana. Per non parlare, poi, del cattivo gusto di alcune scene, tremendamente kitsch e fuori luogo, soprattutto nella lunga e sconclusionata scena finale (perché, parliamoci chiaro, la “merda” al cinema è elemento da trattare con i guanti e Medem non è né Pasolini, né Miike, né Cavallone).
Cosa salvare, dunque, del film di Julio Medem? Molto poco, direi: una paio di sequenze interessanti (una delle quali, quella animata, già citata) e, tutto sommato, l'interpretazione di Bebe (che avevo già apprezzato come cantautrice) la cui recitazione, benché vincolata da dialoghi imbarazzanti, è sicuramente un gradino al di sopra, rispetto alla prova offerta da alcuni attori palesemente disorientati (la Rampling su tutti).

Un po' poco, appunto.

MEISTER STEINER DICE: 4

martedì 1 giugno 2010

GIALLO ALL'ITALIANA

...E TANTA PAURA (...E tanta paura – Italia 1976) di Paolo Cavara
...E tanta paura (Trailer)

SCHEDA FILM

Milano è turbata da una serie di misteriosi omicidi, opera di un serial killer il quale, dopo ogni assassinio, lascia sul luogo del delitto alcuni inquietanti disegni, tratti da una fiaba per bambini. Il commissario Lomenzo (Michele Placido), aiutato dalla bella Jeanne (Corinne Clery) e da Pietro Riccio (Eli Wallach), capo di una società di investigazioni private, decide di indirizzare le proprie indagini sul ricco e perfido Hoffmann (John Steiner), intuendo che i delitti possano essere, in qualche modo, collegati ad un nefasto festino, avvenuto anni prima, organizzato da un gruppo di ricchi depravati.

Paolo Cavara è stato, indubbiamente, uno dei personaggi più eclettici ed interessanti nel panorama del cinema di genere italiano degli anni '60 e '70. Ex operatore subacqueo, inizia la sua carriera di documentarista a fianco di Carlo Gregoretti e Franco Prosperi negli anni '50, con una serie di documentari girati tra Ceylon, le Maldive e l'Indonesia. Successivamente, negli anni '60, la sua carriera di sceneggiatore e regista subisce una svolta quando realizza, per Angelo Rizzoli, “Mondo cane” (capostipite dei cosiddetti mondo movies), nel 1962, insieme a Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi. La pellicola ha talmente tanto successo da spingere produttori e registi, in quegli anni, a lanciarsi su questo nuovo filone di documentari sensazionalistici e pseudo-sociologici, volti ad impressionare il pubblico con immagini raccapriccianti (spesso e volentieri, costruite ad hoc), condite da finto moralismo, malcelato razzismo e spirito neo-colonialista.

Negli anni seguenti realizza: “La donna nel mondo” (1963), alcune sequenze (non accreditate) di “Mondo cane 2” (1963), “I malamondo” (1964), film inchiesta sull'universo giovanile e, soprattutto, “L'occhio selvaggio” (1967), interessante analisi (a tratti autobiografica) critica e metacinematografica, sulla metodologia utilizzata nel filone dei documentari “sensazionalistici”.

Successivamente, Cavara si dedica a progetti che, almeno nelle intenzioni, avrebbero dovuto assicurare un riscontro commerciale più sicuro. Nel 1971, cavalcando il filone del “giallo all'italiana”, inaugurato da Dario Argento l'anno precedente, dirige “La tarantola dal ventre nero” (film “argentiano” fin dal titolo) e, cinque anni più tardi, “...E tanta paura”. Entrambi rappresentano dei discreti successi commerciali e di critica, tuttavia, mentre il primo ricalca, in maniera poco originale, i clichés tipici del thriller “argentiano”, nel secondo Cavara adotta un punto di vista, abbastanza innovativo per l'epoca, grottesco e satirico, al limite della parodia. Sotto determinati aspetti, infatti, la pellicola di Cavara rappresenta una sorta di vera e propria destrutturazione del genere, per il modo in cui porta avanti, con abile ironia, l'intelligente caricatura di quasi tutti gli elementi portanti classici, tipici della struttura del “giallo all'italiana”.

Lo script firmato da Bernardo Zapponi (già autore della sceneggiatura di “Profondo rosso”, uscito l'anno precedente) è ricco di personaggi e situazioni eccessive e caricaturali. I tradizionali ingredienti del giallo (alibi e movente, ad esempio) risultano talmente improbabili che, la stessa soluzione finale dell'enigma non può che risultare intenzionalmente ingarbugliata ed inverosimile. Senza contare l'aspetto volutamente sexploitation (ma, allo stesso tempo, decisamente ironico), garantito dalle scene di sesso tra il commissario Lomenzo (Michele Placido) e la disponibilissima Jeanne (la bella Corinne Clery) e da un curioso cartone animato, del quale si intravedono alcune sequenze nel corso del film, porno-satirico-sadomasochistico, disegnato da Francesco Maurizio Guido (in arte Gibba), autore di “Il nano e la strega” (1974) primo film erotico d'animazione italiano.

Singolare, benché di tutto rispetto, è anche il cast che, oltre ai già citati Placido e Clery, può vantare il grande Eli Wallach (che gigioneggia non poco) nel ruolo di Pietro Riccio, il cattivissimo per antonomasia John Steiner (nel ruolo di Hoffmann) e Tom Skerritt (che aveva già lavorato in Italia con Giuseppe Colizzi, a fianco di Keith Carradine, in “Arrivano Joe e Margherito”) nel ruolo del commissario capo (poco più di un cameo, a dire la verità).

In conclusione, “...E tanta paura” è un film curato ed elegante (una scena su tutte: la sequenza tra gli specchi, omaggio a “La signora di Shangai”) e decisamente interessante, a patto che lo si interpreti come tentativo di rilettura, destrutturante e parodistica, di un particolare genere. Tentativo che, probabilmente, assume un valore anche maggiore, rispetto a quelli che sono i suoi effettivi meriti, se collochiamo la pellicola all'interno del suo contesto originario, nel quale il cosiddetto italian giallo era un genere ancora all'apice della propria popolarità e potenzialità espressiva.

MEISTER STEINER DICE: 6,5

lunedì 17 maggio 2010

IGNUDE PER IL MASSACRO

...E LA NOTTE SI TINSE DI SANGUE (Born for Hell aka Naked Massacre – Canada/Francia/Germania/Italia 1976) di Denis Héroux
...E la notte si tinse di sangue (Trailer)


SCHEDA FILM

Cain Adamson (Mathieu Carrière) è un reduce, ex combattente in Vietnam, con (come ogni buon reduce del Vietnam che si rispetti) un passato da eroe di guerra e un presente che lo vede coacervo di problemi psichici e comportamentali. Sbarcato a Belfast, si ritrova a girovagare per le strade della città, cercando disperatamente di sbarcare il lunario, tra mense dei poveri, squallore, povertà e attentati dell'IRA.

Un giorno si ritrova, affamato e disperato, davanti alla porta di una piccola pensione, abitata da un gruppo di giovani infermiere. Le ragazze, nonostante una certa diffidenza, lo ospitano, seppur per il breve tempo di un semplice pasto.

Tuttavia, nella mente tormentata di Adamson comincia rapidamente a prendere corpo un piano, per poter raggranellare un po' di denaro. La stessa notte, infatti, il reduce si intrufola nella casa delle ragazze, con l'intento di derubarle. Una volta nella casa, però, Adamson viene colto da un violento raptus che lo spinge a seviziare e uccidere le giovani infermiere, una ad una...

La pellicola, diretta dal canadese Denis Héroux (questo è il suo penultimo film), è composta da due parti ben distinte; una suddivisione, questa, che obbliga ad un'analisi disgiunta. Nella prima parte, l'obiettivo è quello di descrivere l'inferno interiore ed esteriore del protagonista, afflitto dai propri problemi psichici e immerso in una cupa realtà, d'angosciante squallore e miseria (materiale ed interiore).

Da questo punto di vista, il primo segmento del film è forse quello più interessante o, comunque, quello meglio riuscito, nonostante il lavoro non proprio eccelso di Mathieu Carrière, attore tedesco molto prolifico, soprattutto in televisione. Il tentativo di analisi psicosociale, insieme a quello di tratteggiare un protagonista che, seppur alla ricerca della pace interiore, si mostra penetrabile e mutevole, rispetto alla desolante violenza dell'ambiente esterno (lo sfondo è quello di una Belfast al centro di scontri cruenti, tra indipendentisti irlandesi e governo inglese), sono probabilmente l'unica cosa da salvare in un film che crolla, inesorabilmente, nella seconda parte.

È qui, infatti, che la sceneggiatura di Géza von Radvànyi (regista, sceneggiatore e produttore ungherese, di un certo spessore) mostra il suo lato più debole. Il tentativo di dare profondità al film, infatti, lascia il posto ad una seconda parte, smaccatamente exploitativa, dove il protagonista si trasforma (abbastanza inspiegabilmente, nonostante tutto) in un sanguinario maniaco sessuale. Adamson sequestra le giovani e belle infermiere, le obbliga a spogliarsi e ad avere rapporti lesbici, le sevizia e, infine, le uccide. Malgrado queste “squisitezze” da buongustaio, che farebbero felice qualsiasi appassionato di un certo cinema di(de)genere, Héroux non spinge eccessivamente (come avrebbe potuto e dovuto, a questo punto), sul pedale sanguinolento dell'exploitation. Si passa, quindi, da una regia scarnificata ed essenziale, funzionale alla prima parte del film, ad un tripudio di tette, culi e cespuglioni pelosi, decisamente vintage ma, tutto sommato, parecchio noioso e ripetitivo.

Per il cinefilo incallito segnalo, inoltre, che la pellicola di Denis Héroux mostra interessanti similitudini con il film “Angeli violati”, diretto da Koji Wakamatsu nel 1967. Entrambi i film, infatti, traggono ispirazione dalle efferate gesta, di cui si rese protagonista l'americano Richard Speck, negli anni '60. Anche nel film di Wakamatsu, ritroviamo un giovane protagonista, disturbato e sessualmente represso, deciso ad introdursi in un dormitorio di giovani infermiere, con l'intenzione di torturarle ed ucciderle. Fatte le dovute distinzioni, il film di Héroux, in alcuni momenti, sembra quasi una versione occidentalizzata e diluita (il film di Wakamatsu dura poco più d'un ora) di “Angeli violati”. Ovviamente, il cinema di Koji Wakamatsu è tutt'altra cosa e “Angeli violati”, nella fattispecie, è un film che riesce realmente, in maniera mirabile ed intelligente, a parlare di follia, repressione ed ossessione.

Per l'amante delle bellezze un po' retrò, invece, segnalo la presenza, nel film di Héroux, di Leonora Fani (“Giallo a Venezia”, “Bestialità”, “Calde labbra”), Ely Galleani (“La via della prostituzione”, “Nero veneziano”, “Emanuelle nera: Orient reportage”, “Mark il poliziotto spara per primo”, “La polizia incrimina, la legge assolve”, “Una lucertola con la pelle di donna”, “5 bambole per la luna d'agosto”) e Debra Berger (“Quel maledetto treno blindato”, “Emanuelle nera: Orient reportage”).

MEISTER STEINER DICE: 3,5

giovedì 13 maggio 2010

NON ENTRATE IN QUELLA STANZA

1408 (1408 - USA 2007) di Mikael Hafstrom
1408 (Trailer)

SCHEDA FILM

Un tempo, Mike Enslin (John Cusack) era un giovane scrittore di talento con un radioso futuro davanti. La sua vita cambia completamente quando, in seguito alla morte della figlia (divorata da una malattia incurabile) e al conseguente tracollo del proprio matrimonio, la sua carriera di scrittore prende una piega totalmente inaspettata. Da giovane promessa della narrativa, Mike trova un discreto successo trasformandosi in un autore di saggi, incentrati su tematiche horrorifiche. Benché sia uno scrittore estremamente prolifico e amato dagli appassionati del genere, Mike Enslin ha sviluppato un profondo scetticismo nei confronti di tutto ciò che, solitamente, viene fatto rientrare nella categoria del “paranormale”, arrivando a provare un certo cinico piacere nello sbugiardare tutte le mistificazioni e le frodi, che si nascondono dietro questo genere di fenomeni.

Un giorno, Mike riceve un'anonima cartolina dal Dolphin Hotel di New York, uno degli alberghi più celebri e lussuosi della grande mela. Nel messaggio, lo scrittore viene invitato a non entrare nella camera 1408. Incurante dell'avvertimento, Mike accetta la singolare sfida, convinto di poter ricavare da quell'esperienza il materiale necessario per un nuovo libro.
Giunto in albergo, viene informato dal direttore Gerald Olin (Samuel L. Jackson) della terrificante fama che circonda la famigerata camera 1408. Nel corso degli anni, infatti, un numero incredibile di persone ha perso la vita, all'interno della stanza, nei modi più assurdi ed efferati. La maggior parte delle persone, secondo la testimonianza del direttore, di solito non riesce a passare più di un'ora nella camera, senza fuggire in preda al panico.
Stimolato da quello che interpreta come un attacco al proprio ruolo di “smascheratore di inganni”, Enslin convince il riluttante direttore Olin a farsi consegnare le chiavi della stanza infestata, per poter passare un'intera notte nella camera 1408...

I presupposti c'erano tutti, per poter realizzare qualcosa di più d'una (seppur riuscita) onesta e semplice trasposizione cinematografica, dell'ennesima fatica letteraria di Stephen King. Basato sull'omonimo racconto, contenuto nell'antologia “Tutto è fatidico”, “1408” malgrado il grande riscontro di pubblico (è stato uno dei film più redditizi del 2007) e di critica (per molti, il miglior film horror, uscito quell'anno) è una pellicola che, a mio modesto avviso, può dirsi riuscita solo in parte. Nonostante la regia, precisa e attenta, dello svedese Mikael Hafstrom (il suo “Evil – Il ribelle” ha ricevuto, nel 2003, una nomination all'Oscar come migliore film straniero) e l'interpretazione di un ottimo John Cusack, perfetto nel ruolo del cinico e disilluso protagonista, coadiuvato da un “mefistofelico” Samuel L. Jackson, la pellicola non si discosta molto da quelli che sono i classici canoni, tipici delle trasposizioni filmiche delle opere del cosiddetto “maestro della prosa post-alfabetizzata”.


Anche se il film funziona piuttosto bene, osservandolo da questa angolazione, mi sembra francamente eccessivo indicarlo, così come ha fatto molta critica, come una delle pellicole meglio riuscite, tra quelle tratte da King. Lasciando da parte (per ovvi motivi) un film come “Shining”, come si può anche solamente paragonare “1408” a opere come: “Carrie, lo sguardo di satana”, “La zona morta”, “Christine, la macchina infernale”, “Stand By Me – Ricordo di un'estate”, “Misery non deve morire”, ma anche allo stesso “The Mist”, uscito nel medesimo anno (questo si, miglior film horror del 2007, se non degli ultimi due lustri!)?


Tuttavia, i presupposti, come accennavo prima, c'erano tutti per poter regalare allo spettatore un'esperienza cinematografica leggermente più significativa. Va dato atto al film, ad esempio, il merito d'aver abilmente schivato le suggestioni più truculente, nonché quell'odiosa (giacché abusata) tendenza, di certo cinema horror, al gratuito “colpo di scena”, ormai talmente inflazionato e prevedibile da spingerci a saltare dalla sedia per consuetudine, o per pura e semplice solidarietà nei confronti degli autori.


La stessa idea della stanza come luogo concretamente (e metaforicamente) chiuso, dove il protagonista non può più sfuggire dagli spettri del proprio passato ed è necessariamente costretto a venire a patti, per la prima volta, con i propri profondi e laceranti sensi di colpa (idea non mutuata dal racconto originale, se non erro), poteva essere sviluppata in maniera più originale e decisamente meno semplicistica.
Piccola curiosità: il nome “Dolphin Hotel” è stato scelto da Stephen King come palese omaggio al Dolphin Hotel, mitico albergo di Sapporo tra le nevi dell'Hokkaido, presente in “Nel segno della pecora”, romanzo culto di Haruki Murakami e nel suo ideale seguito “Dance, Dance, Dance”.


MEISTER STEINER DICE: 5,5

lunedì 10 maggio 2010

ROAD MOVIE - GUSTO MISO

19 (19 - Giappone 2000) di Kazushi Watanabe

SCHEDA FILM

Il giovane Usami (Daijiro Kawaoka) mentre, in pieno giorno, sta tranquillamente percorrendo, sul suo scooter, la periferia di Tokyo, viene improvvisamente avvicinato con una banale scusa, da tre ragazzi a bordo di una fiat 500. Il trio, senza alcuna apparente ragione, lo carica di peso in macchina e lo rapisce. Il terrorizzato Usami è inizialmente convinto che i tre siano intenzionati a chiedere un riscatto ma, con profonda sorpresa, scoprirà che l'unico interesse del misterioso trio è coinvolgerlo nelle proprie scorribande. A poco a poco, la naturale diffidenza del ragazzo viene meno, per essere sostituita da un singolare senso di appartenenza, nei confronti del gruppo. Ben presto, infatti, lo stile di vita, completamente amorale, dei tre rapitori eserciterà su Usami un fascino sempre maggiore, fino a spingerlo a collaborare con loro, quando il gruppo verrà coinvolto in un tragico incidente...

19” rappresenta il debutto alla regia di Kazushi Watanabe (nel 2004 ha diretto “Space Police” e nel 2007 “Captain Tokyo”), conosciuto ai più per aver interpretato, nel 2001, il ruolo del “visitatore” nel pasoliniano “Visitor Q” di Takashi Miike.
Basato su un omonimo corto del 1996 (e, a quanto pare, ispirato a fatti realmente accaduti), “19” possiede le caratteristiche e la struttura del road movie classico (il viaggio come metafora del cambiamento interiore, del conseguimento della maturità e della consapevolezza), fuse con alcune soluzioni narrative e, soprattutto, stilistiche vicine al cinema picaresco di Takeshi Kitano.


Watanabe (che, oltre alla regia, firma anche la sceneggiatura e interpreta il ruolo di Yokohama, il capo dei rapitori) riesce ad amalgamare, con alterna fortuna, tutti questi ingredienti, realizzando una pellicola, tutto sommato interessante (a maggior ragione, se pensiamo che si tratta della sua opera prima), anche se con quelle incertezze di troppo che m'impediscono di affibbiargli la piena sufficienza.


Discreta la prova degli attori, Kawaoka e Watanabe su tutti, Masashi Endo (già visto, in chiave rockabilly, nel delirante “Wild Zero”), ma anche i “non professionisti” Takeo Noro e Ryo Shinmyo. In un breve cameo (è il poliziotto della stradale) compare Nachi Nozawa, storico doppiatore (sue sono le voci giapponesi di Clint Eastwood, Al Pacino, Bruce Willis, Dustin Hoffman e molti altri).
Particolarmente intrigante la fotografia, tra lo slavato e l'overlight, che dona al film un look davvero singolare.

MEISTER STEINER DICE: 5,5

giovedì 6 maggio 2010

POSSESSIONI

POSSESSION (Possession - Francia/Germania 1981) di Andrzej Zulawski
Possession (Trailer)

SCHEDA FILM

In una Berlino onirica ed irreale, Mark ed Anna (interpretati rispettivamente da Sam Neill e Isabelle Adjani) vivono, con il proprio figlio di appena cinque anni, in un appartamento, praticamente adiacente al celebre muro.
I due sono in piena crisi coniugale. Una crisi, in fin dei conti, abbastanza convenzionale, caratterizzata dalle consuete incomprensioni, dai reciproci sospetti e dall'incomunicabilità che, spesso, fa da sfondo ai rapporti sentimentali.
Mark, il quale lavora per i servizi segreti tedeschi, scopre che sua moglie lo tradisce con Heinrich, uno strano individuo dedito a pratiche orientali, che vive con la propria anziana madre, in un antico palazzo, residuato dell'alta borghesia tedesca.
Nella speranza di fare chiarezza nel proprio matrimonio, l'uomo decide di abbandonare il lavoro. I suoi superiori lo invitano, quindi, ad un periodo di riflessione ma, allo stesso tempo, gli affidano un nuovo incarico, a dir poco insolito: rintracciare uno strano individuo (forse una ex spia), del quale non si conosce quasi nulla, se non la predisposizione ad indossare calzini rosa.
Mark, ossessionato dai comportamenti di Anna, sempre più bizzarri ed isterici, affida ad un investigatore privato il compito di pedinarla. Il detective scopre che la donna ha preso in affitto, all'insaputa del marito, un appartamento in un vecchio e decadente edificio. Qui l'uomo scoprirà, a sue spese, una verità assurda e raccapricciante. Anna, infatti, ha un secondo spasimante: un osceno essere lovecraftiano, con il quale la donna si esibisce regolarmente in tentacolari rapporti sessuali.

Nel 1981, il regista polacco Andrzej Zulawski (“L'importante è amare”, “Amore balordo” e “La sciamana”) ex assistente di Wayda, realizza il suo film più celebre e controverso.
Presentato al Festival di Cannes, dove una stupefacente Adjani si aggiudicò la Palma d'Oro come miglior attrice protagonista, il lavoro di Zulawski venne riconosciuto, fin da subito, come opera estremamente scandalosa: eccessivo, violento, disdicevole per lo spettatore “tradizionalista”, ma anche ridondante, irritante e gratuito per parte della critica.


Film “maledetto” per antonomasia (la pellicola è stata oggetto di talmente tanti tagli e manipolazioni, che la sua effettiva durata, ancora oggi, è argomento di discussione), incompreso da buona parte della critica dell'epoca (ma subito apprezzato da una fetta di pubblico non mainstream), letteralmente adorato da un genio come David Lynch, “Possession” è senza dubbio una delle opere più disturbanti e provocatorie della storia del cinema.
Horror metafisico”, “viaggio surreale onirico-visivo”, “provocazione gratuita e grandguignolesca di isterismo visionario”, sono solo alcune delle etichette e definizioni che il film si porta sulle spalle da quasi trent'anni. A prescindere da queste ovvie stampigliature (che, tuttavia, hanno contribuito non poco alla fama del film), asciugato da filtri, interpretazioni e chiavi di lettura, ciò che rimane è il racconto del fallimento del tradizionale rapporto di coppia borghese. La rappresentazione malsana di una relazione degenerata e banale, folle e convenzionale allo stesso tempo. La raffigurazione di una crisi che trasporta i protagonisti da uno stato di normalità dolorosa, ad uno di follia inesorabile ed abissale. La storia di un viaggio, in uno scenario surreal-metafisico, verso la pura follia, attraverso l'ossessione, la mostruosità (interiore/esteriore) ed un insalubre e sanguinolento delirio carnale, pregno di suggestioni cronenberghiane.


Paesaggio ideale per il cammino dei due protagonisti è una Berlino, precedente allo smantellamento della Cortina di ferro, disabitata ed irreale, che sembra fuoriuscita da un dipinto di De Chirico o Magritte. Una città deserta, metafisica e surreale, quindi, impregnata di un'atmosfera decadente e distorta, dove l'unica presenza fisica dell'uomo, in una inquietante sequenza, è testimoniata da una vecchietta che esulta in lontananza, dopo l'esplosione di un appartamento. Un ambiente saturo di un simbolismo, a volte fin troppo ovvio e compiaciuto, come nel caso del muro, emblema dell'incomunicabilità della coppia, ma anche della divisione tra il bene e il male, uno dei leitmotiv principali del film.


Tematica fondamentale, alla quale è inevitabilmente collegata quella del doppelganger, il “doppio” nel quale riversiamo le nostre ossessioni e che diventa, di fatto, la nostra parte mostruosa, malata e nascosta. Nella ormai celebre scena della metropolitana (considerata una delle sequenze più shoccanti, mai viste in un film), Anna partorisce due esseri (bene e male, bianco e nero, maschile e femminile, est ed ovest), uno dei quali si identifica con l'aspetto più rassicurante della propria personalità, cioè con Helen (sempre interpretata dalla Adjani), l'Anna ideale, tenera e dolce maestra d'asilo, mentre l'altra creatura, la parte maligna, protetta e taciuta, è destinata a trasformarsi in una sorta di essere superiore, che prenderà l'aspetto di un Mark idealizzato. Il bene, sembra dire Zulawski, altro non è che il pallido riflesso del male, almeno fino all'apocalittica sequenza finale dove, nonostante il trionfo del demoniaco, bene e male si confondono in un meraviglioso gioco di chiaroscuri, sul volto ambiguo e bellissimo di Isabelle Adjani.

MEISTER STEINER DICE: 8

LA NOTTE DEL DRIVE IN (1)

IN CORSA CON IL DIAVOLO (Race with the Devil - USA 1975) di Jack Starrett
In corsa con il diavolo (Trailer)

...La presenza di R.G. Armstrong ne "La Macchina Nera" mi ha fatto tornare alla mente un altro piccolo cult movie degli anni '70, nel quale il "Bob Ollinger" di "Pat Garrett & Billy the Kid" recita a fianco di Peter Fonda e del grande Warren Oates, uno dei volti più caratteristici del cinema americano di quegli anni...

SCHEDA FILM

Due coppie di amici, decisi a trascorrere le proprie vacanze in Colorado su un camper, assistono involontariamente ad un sacrificio umano ad opera di una misteriosa setta di adoratori del demonio. Da quel momento saranno oggetto delle "attenzioni" dei membri della congrega, decisi ad ottenere il loro silenzio, in un clima di crescente inquietudine e sospetto.

Nel film si sviluppano efficacemente (nonostante alcune piccole ingenuità) alcune tematiche care al cinema USA, come il tema pionieristico dell'assedio, della congiura e della contrapposizione tra città/civiltà e campagna/barbarie. I novelli pionieri si rifugiano nel loro camper/fortino ("siamo autosufficienti" tiene a ribadire Oates), accerchiati dai fantasmi della propria (giustificata) paranoia.
Gli ultimi venti minuti non sono altro che un palese omaggio a "Ombre Rosse", con Fonda che spara dal tetto del camper come John Wayne, il camper stesso al posto della diligenza, l'asfalto al posto del deserto e gli adoratori di satana che sembrano i guerrieri di Geronimo.

Sembra sia previsto il solito, inutile, remake.



MEISTER STEINER DICE: 7,5

SPAGHETTI FANTASY

I PALADINI - STORIA D'ARMI E D'AMORI (I paladini - Storia d'armi e d'amori - Italia/USA 1983) di Giacomo Battiato

Nel 1983, sulla scia di "Excalibur" di Boorman, esce questo delirio pop-medioevale (coproduzione usa/italia), diretto da Giacomo Battiato, autore anche del soggetto (un improbabile mix di Ariosto e Tasso).

Il film, diciamolo subito, è in verità bruttino, anche se garantisce un (non so quanto voluto) particolare effetto straniante, forse a causa dell'ambientazione e dei costumi, che donano al film un’interessante atmosfera a-storica e a-temporale (ad un certo punto compare anche un samurai).

Il cast è perlomeno singolare: accanto a Barbara De Rossi, Zeudi Araya e Tanya Roberts, troviamo Ron Moss (!) e Maurizio Nichetti (nella sua peggior interpretazione, credo), insieme a nomi caratteristici del cinema di genere del periodo: Leigh McCloskey, Al Cliver, Hal Yamanouchi e Bobby Rhodes...


Alcune idee non sono male: in una delle prime sequenze, Barbara De Rossi (Bradamante) viene assalita da un gruppo di briganti sfigati. Prima che i tre possano sfogare i propri bassi istinti, giunge un cavaliere che li fa (letteralmente) a pezzi. Lei alza la visiera dell'elmo, per vedere il volto del suo salvatore, e sotto non trova niente. Probabilmente, ai più una scena del genere non direbbe granché...a meno che non fossero da sempre affascinati ed ossessionati (come il sottoscritto) dal quel tipo di fobia, espressa anche da J. Lorrain, nel racconto "I buchi della maschera", che porta a pensare che, dietro ad una maschera, si possa nascondere il nulla.


Barbara De Rossi, mostra generosa il fondoschiena (ed è un bel vedere). Ron Moss, che interpreta il ruolo del saraceno Ruggero, è meno peggio di quanto si possa pensare, ma il mio preferito rimane Ferraù (Tony Vogel), che sputa, fa le faccette da matto e fa pure il gesto del dito medio a Orlando…

L’ambientazione ed i costumi (Anna Cecchi) sono eccellenti, anzi figosi (per dirla a la Derek Zoolander).


MEISTER STEINER DICE: 5